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FERNANDO DI LEO

di elmoreleonard (01/12/2005 - 12:33)

Due anni fa, il 3 dicembre 2003, moriva Fernando Di Leo. In tempo di celebrazioni, ed essendo ancora freschi i necrologi per Pasolini, mi sembra giusto dare voce al mio essere sempre antagonista, sempre in minoranza, sempre fuori dai discorsi dominanti, dando a mia volta voce ad un personaggio che di celebrazioni ne ha avute ben poche e comunque troppo scarse rispetto al suo reale merito. Questo personaggio, il regista pugliese Fernando Di Leo, probabilmente (ma potrei sbagliare) non ha avuto la caratura intellettuale e il peso di Pasolini, ma disse e fece per il cinema negli anni '60 e ancor di più nei '70 cose non meno importanti, non solo a livello estetico e cinematografico, ma anche a livello di denuncia sociale. Di Leo, introducendo uno stile noir feroce, crudo e affilato, portava sullo schermo un messaggio cinico e pernicioso: non c'è via di scampo, neanche nelle borgate dove Pasolini vedeva invece un rifugio e una salvezza. Emblematici, al riguardo, Brucia ragazzo, brucia e I ragazzi del massacro. Fu però con la scoperta della letteratura non meno anti-salvifica e impietosa di Giorgio Scerbanenco che Di Leo raggiunse il massimo della sua produzione.

Fernando Di Leo (San Fernando di Puglia, 11/01/1932 - Roma, 3/12/2003) con Mario Adorf (1930-)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Del 1972 sono La mala ordina e Milano Calibro 9. Nle primo, affianco a Adorf e Adolfo Celi, recitano Woody Strode e Henry Silva, coppia di cattivissimi unobiancounonero che Quentin Tarantino sfacciatamente riprenderà (anche nella caratterizzazione) in Pulp Fiction. Del resto, Tarantino non ha mai nascosto di avere in Di Leo un maestro putativo ed un esempio costante. Milano calibro 9 fu tratto da un romanzo di Giorgio Scerbanenco, con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet e Gastone Moschin. E' forse l'esempio più alto di cinema noir-poliziottesco degli anni '70: Di Leo fu criticato, osteggiato, bandito e presto dimenticato (anche per la sua produzione erotica). Solo ora se n'è riscoperto il valore assoluto e il messaggio di forte critica alla società borghese. In comune con Pasolini, Di Leo ha avuto almeno questo: che è dovuto morire perché se ne apprezzasse appieno l'opera.

Elmore

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