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Un racconto di Vincenzo Cerami

di elmoreleonard (26/11/2005 - 11:20)

LA VERITÀ DEL BENZINAIO

 

In fretta, in fretta, maledetto traffico, non vorrei arrivare tardi alla mia prima udienza da tirocinante. La nuova Cinquecento Fiat, per quanto piccola e rossa, non è sufficientemente agile da poter sgusciare affianco a berline di grossa cilindrata e autobus stracarichi di studenti dal volto triste. Non quanto un ciclomotore, comunque, e anche se lo facessi rischierei minimo di intasare il già congestionato traffico, oppure di essere linciato. Quindi, in coda ad ammuffire, sognando Un giorno di ordinaria follia, recitato da protagonista, uscire dall’auto e ammazzare qualcuno. Ma in aula ci devo arrivare da legale, non in ceppi, quindi mi trattengo, serro i finestrini per evitare quanto più possibile lo smog e i clacson, accendo la radio e cerco di distendermi. Un clamoroso, inaspettato colpo radiofonico di fortuna mi fa beccare la frequenza giusta. È lei, Lady Ella, che danza cheek to cheek con Louis Armstrong. Non posso sperare di meglio. Mi abbandono sul sedile, dimentico il traffico, non mi curo del fatto di sbagliare strada. Lady Ella può tutto.

Il tribunale di G. si profila al mio orizzonte dopo mezz’ora. Parcheggio, scendo. La giacca mi sta già soffocando, non è giornata da tweed, ancora, nonostante il freddo dell’ultima settimana. Maledico le impressioni dell’alba, prendo la borsa, chiudo ed entro.

Subito un uomo mi indirizza al primo piano, neanche il tempo di chiedergli l’ubicazione dell’aula civile. Primo piano, secco, indicato con un dito imperioso ed inequivoco. Altro che inefficienza della giustizia italiana. Fossero tutti svelti e puntuali come il vecchio portiere qui, non ci sarebbe necessità di riforme delle prescrizioni e dell’ordinamento giudiziario…

Sopra, atrio deserto. Unica presenza, una ragazza dai lineamenti aquilini e dallo sguardo serio e asettico. Vorrebbe sembrare una navigata avvocatessa. Si vede da lontano che è una come me, appartenente alla stessa famiglia del Praticans Reclinus, con la differenza che lei scodinzola dietro un avvocato (si sa), tace, è costretta a fingere di studiare fascicoli. Io no. Non faccio da strascico al dominus, non ho fascicoli da studiare e soffro di una terribile forma di logorrea acuta. Per questo, le chiedo dove sia l’aula delle udienze civili. Da vicino è meno carina di quanto potessi generosamente supporre. Mi indica l’aula alla mia destra, è quella, risponde con aria di ovvietà. Passo sopra la sua austera boria e decido di essere simpatico. Le dico: Ah, nell’aula di udienza penale. Quasi a intendere: la solita disorganizzazione dei pubblici uffici, sorridi. Non comprende l’umorismo. Replica acida, ma l’ho già rimossa, mi allontano, vado verso l’aula. Dentro, un altro esemplare femminile della specie praticans è china sopra carte di natura processuale. Domando, mi rassicura, l’udienza civile del giudice B. è là. Esco rinfrancato, rientro, cerco anch’io dei fascicoli per impiegarmi il tempo, non ce ne sono: bisogna aspettare la cancelliera.

Nella seguente mezz’ora cazzeggio: l’atrio scialbo e grigio, l’aula monotona non offrono alcuno svago. Quando la simil-praticante acida si alza per sgranchirsi le gambe e va alla finestra, noto con piacere che qualcosa di buono ce l’ha: e non è nello spirito, né davanti. La crudeltà di Madre Natura spesso si rivela negli scherzi che fa alle creature: come ad esempio dare un culo meraviglioso a una bambolina ispida e altera.

Nella seguente mezz’ora di cazzeggio, la flotta di avvocati piomba nell’atrio armata di ventiquattr’ore, tirocinanti e qualche cliente, visibilmente casalinghe e pensionati con l’intenzione di seguire i rispettivi processi. Il brulicare di legulei che bisbigliano, accennano, scartabellano, pullulano e consultano carte sa molto di flagello divino, di invasione di locuste spedite a piagare l’ambiente. La conferma arriva non appena entra in aula il giudice.

Non lo riconosci perché ha la toga: è un giudice monocratico civile. Non per un portamento solenne o per qualche attributo somatico: cammina normalmente e non differisce particolarmente dagli altri animali forensi. Non si distingue dagli altri nemmeno per avere un’aura sulla testa oppure segni e simboli del potere, quali martelli, scettri, incensi, ecc.

Il giudice è un uomo in giacca e camicia come tutti gli altri, ma senza cravatta, non troppo alto, fisionomia affatto comune.

Il giudice lo riconosci perché, al suo ingresso, le locuste smettono di ronzare anarchiche e ritornano ad essere vespaio, flotta, sciame incombente. Il giudice calamita attorno a sé la massa di individui fascicolati, che coagulano mielosi attorno all’autorità, lasciandogli appena lo spazio per raggiungere a fatica il suo banco. Tanta la calca, che non riesco a distinguere il volto del giudice, e a malapena leggo la frase La legge è uguale per tutti, che coperta da teste e mani diventa La legge è uguale per tu! oppure La l è per tutti (o lutti).

Nel frattempo incrocio l’avvocato della controparte, un vecchio con lo sguardo a forchetta, sessant’anni di carriera e una logorrea peggiore della mia, anch’egli dotato di femmina amanuense cui detta ogni guizzo che gli viene a mente. Il tale per prima cosa mi frega il fascicolo faticosamente conquistato, nella ressa, dalla cancelliera che distribuiva. Poi inizia a dettare il verbale, includendo il mio nome preceduto da un titolo che non mi appartiene. Per giunta parla tanto da non lasciarmi il tempo di spiegargli la mia mancanza di abilitazione. E sia.

La confusione aumenta. Le parti iniziano a discutere le cause davanti al giudice secondo un ordine ben preciso: parla per primo chi sta nella posizione più conveniente, oppure chi ha la voce più grossa. In barba al foglio affisso alla porta, su cui a caratteri cubitali sta scritto: le cause saranno discusse in ordine di ruolo. Ingenuamente allora mi chiedo: cos’è il ruolo? Cioè, che funzione ha? Mi rendo subito conto di quanto la domanda sia oziosa e mi rituffo nella babele di uomini che sbracciano, voci che urlano, praticanti indefessi che verbalizzano.

Poco più tardi, arriva a salvarmi un collega del mio dominus. Non sono solo su questo mondo. Mi consulto, da vero professionista. Iniziamo a scrivere anche noi sul fascicolo inutili boiate che il giudice non leggerà mai. L’avvocato collega (qua si chiamano tutti colleghi, salvo poi non perdere occasione per insultarsi) mi scrocca il telefono per chiamare il dominus, cui esporre l’andamento dei fatti. La causa è piuttosto lunga e complicata, tanto che le parti processuali non sono due ma tre. Loro contro noi, che ci appoggiamo alle memorie difensive di quegli altri, che nel frattempo sono arrivati: un altro vecchio notabile e il suo praticante domestico che avrà la mia età e uno sguardo allucinato, perso nel vuoto.

Quando tocca a noi, la mattinata è già volata via in chiacchiere e parapiglia verbali, il giudice sbadiglia, la cancelliera sembra mummificata nella sua posizione di tre ore fa, con la mano a sorreggere il mento e il cappotto poggiato sulle spalle. Non si è mossa. L’aula è sfoltita, rimaniamo noi e pochi altri. Ci ammassiamo davanti al giudice, inizia la discussione.

 

[omissis]

 

Dopo dieci minuti che ricordano più o meno una concitata chiacchiera da bar in cui due contendenti, con i rispettivi agguerritissimi fiancheggiatori, cercano di accaparrarsi l’autorevole parere di un terzo (di solito nauseantemente imparziale ed equidistante), dopo dieci di questi scarsi, deludenti minuti la causa è già bella e discussa, il giudice conferma che il processo è interrotto, anzi era interrotto e i legali dovevano saperlo ma sia!, non lo sapevano, ora lo sanno, e dunque tutti a casa, scontenti e soddisfatti, strette reciproche di mano, ci si rivede fra due, forse tre mesi per un altro inutile battibecco a diluire il brodo e allontanare le attese dei praticans, perennemente alla ricerca del processo perduto o mai conosciuto.

Per strada, al ritorno, fumo una sigaretta che non ricordo di avere e che scivola sul brontolio del caffé mattutino nello stomaco, roso dall’appetito.

Mi fermo per mettere benzina. Alla stazione, scendo a sgranchire e allungo una banconota al gestore. Quello vede il codice sul sedile, la borsa niente affatto di pelle e la giacca gettata dietro. Gli scappa una smorfia benevola.

- Praticante, eh? – fa. Il serbatoio ingoia sei litri di verde.

Sorrido anch’io, di una fierezza piuttosto ironica.

- Si vede dal codice o dalla giacca stropicciata? – chiedo a mia volta, cercando complicità senza rinunciare ad un minimo di ostentazione.

- No, perché hai messo otto euro – dice icastico.

Nel dubbio se fingere di incazzarmi o lasciarmi compatire, risalgo in auto e torno a casa. La sentenza, oggi, l’ha data il benzinaio.

 

(Elmore Leonard)

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