Ciao sono elmoreleonard
Vedi il mio profilo


Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us

Il settimo capitolo su venti scritti di un romanzo che non terminerò mai

di elmoreleonard (21/11/2005 - 17:38)

 

7. RAGTIME

 

Faceva così freddo che pensò a Summertime di Gerswin suonata da Chet Baker, anche se l’aria di quel mattino si intonava più con la voce di Janis Joplin. Ed era tempo di farsi un buon caffé, e di capirci qualcosa su questa storia. Valerio prese la sua vecchia Leika e andò ad infilarsi di filata nel bar di Lino, per una colazione con quattro chiacchiere di conforto. Ordinò un espresso, una spremuta e una brioche, che divorò, e poi ne prese un’altra perché non metteva qualcosa sotto i denti da secoli. Lino passava lo straccio distratto, poi decise di attaccar bottone, anche se Valerio lo prevenne dicendogli di non fare domande sui lividi e l’aria pesta, che non c’era verso che gli andasse di parlarne. Dopo un secondo, Lino riprese.

- Bella fame, campione. Da alcol scommetto.

- Anche. L’avevo già smaltito, veramente, ma non ho cenato.

- Allora serata di femmine, dai – ammiccò il barista.

- In un certo senso – disse Valerio portando il bicchiere alla bocca.

- Come sarebbe in un certo senso? O sono femmine, oppure no.

- Ti scoccerebbe se fosse una via di mezzo?

Lino ebbe un attimo di esitazione, ingollò e fece finta di nulla.

- Nessun problema. I gusti sono tuoi.

Valerio lo squadrò divertito.

- Niente vie di mezzo, tranquillo. C’era una mignoletta niente male che voleva succhiarmelo nel bagno del Monk, sai, il locale di jazz dalle parti dell’Accademia.

- E com’era la tipa?

- Proprio niente male. Una bella rossiccia tutta pepe e con un culo da cartolina.

- Le fiche così capitano sempre agli altri – disse Lino in tono scettico.

- Libero di non credermi, amico.

- Magari dopo l’hai pure scacciata dicendole di filare, che aveva fatto il suo dovere, roba simile.

- Ad essere sincero, l’ho mandata via prima.

Il barista scoppiò in una risata. Valerio sorrise di rimando. Già, era curioso.

- Non ci credi?

- Ma vaffanculo, va! Dove mai s’è visto, rifiutare un lavoretto. Che smargiassata.

- Pensa che diavolo vuoi, a me non andava.

- Guarda Bennet, uno può essere pure malconcio e svogliato, ma se ti si offre il vitaminico, la tisana, con che coraggio rifiuti? Ti tira su in un batter d’occhio.

- Senti, bella metafora, ma non m’andava – disse Valerio quasi seccato.

- Va bene, non ti scaldare. Però mi sembra strano.

- Non è strano. Può succedere.

- Io non rifiuterei mai – disse Lino.

- Siamo diversi, che ci vuoi fare? Sai quante ne incontro, di tipe così?

- Ecco, lo vedi che sei un ammazzasette? Il Capitan Fracassa di quartiere.

- In questo momento ti farei una foto. Anzi te la faccio. – E scattò, così come si trovava.

- A farne che?

- La mando a un giornale, no? Una di quelle riviste patinate da parrucchiere, del genere Chi, o Vogue. Un bel reportage fotografico sui baristi invidiosi, hai presente?

- Paga il conto, mammola, e poi ti dico io che fartene della tua macchina fotografica.

- Tieni il resto, Lino.

Lino passò distrattamente lo straccio sul banco. – Dieci centesimi, ti sei sprecato.

- Allora me li riprendo, a corto come sto tu fai lo schizzinoso. Ci vediamo.

- Si, ci vediamo stasera al Monk – disse mentre Valerio usciva, e poi scoppiò di nuovo in quella sua grossa risata.

Con gli spiccioli rimasti in tasca, Valerio comprò un paio di quotidiani e se ne andò a sedersi in Piazza Verdi, a leggere i giornali e guardare le signore che andavano a fare la spesa, e gli studenti dei licei che cominciavano la settimana segando le lezioni, e le universitarie sedute a spettegolare con i libri sulle gambe per darsi un contegno. Lesse le prime pagine nazionali, col solito drammone politico del governo che combinava disastri, l’economia in crisi, poi guardò il cielo tutto sommato sgombro e pensò: se c’è recessione, se ne sta nascosta da qualche parte, in agguato. Al diavolo. La cronaca del quotidiano locale offriva le solite sparate su furti, rapine, latitanti e improvvisi raptus di follia ampiamente preannunciata di padri di famiglia che avevano varcato la sottile linea rossa. Dell’omicidio di Daniele Alfieri, ovviamente, ancora nulla, ma l’edizione serale non avrebbe mancato di tessere colonne su colonne di ipotesi, scoop, congetture, nonché di scavare (non troppo) nella vita privata del morto. Lo avrebbero dipinto come un ragazzo per bene, figlio per bene di famiglia bene, con un buon passato e soprattutto un buon futuro, e con l’immancabile domanda di corredo che la circostanza imponeva: Ma perché lui? Chi ucciderebbe mai un giovane per bene come Daniele Alfieri? E giù sproloqui sull’efferatezza del crimine che sconvolge la città, la famiglia, la morale, la fiducia nelle istituzioni, ecc. Come se trovarsi un figlio ammazzato non fosse tragico in sé, ma perché turba un ordine che si credeva inviolabile. Come se la morte avesse diritto a portar via chi vuole, tranne i propri cari: ovvero gli altri. Come se l’assassinio non fosse una pratica umana tanto brutale quanto inveterata.

Che ipocrisie, pensò Valerio, meditando in questi termini e continuando a scorrere il giornale. Diede una lettura sommaria ad altri fatti di cronaca nera, e per ultimo fu attirato da un trafiletto minuscolo sulla morte di una giovanissima donna, una prostituta. Eh già, disse Valerio tra sé dopo aver dato una sbirciata all’articolo, per una puttana, morta solo pochi giorni prima, era prossima l’archiviazione. Per Alfieri invece, come minimo avrebbero fatto un putiferio. In fondo, nulla di sconcertante. Chi vuoi che si interessasse a quella povera diseredata? La magistratura non più di tanto, certo. Indagare è un conto, ma dispiegare uomini e mezzi costa, specie se quella andava strafatta. Cazzi suoi, no? Anche il più coscienzioso dei magistrati avrebbe dovuto arrendersi di fronte ai fatti: mica è colpa del giudice se la società permette che una donna venga sfruttata, malmenata, violentata. Bisognava trovare chi l’aveva ridotta così, forse. Il che equivale a dire decine di uomini sconosciuti e maledetti, probabilmente mariti e padri di famiglia. Proprio un bel lavoro. L’avrebbe chiesto, Valerio, al sostituto, la prossima volta che l’avesse incontrato: Senta, dottor Mezzanotte, ho una curiosità, ma poi li andate a cercare veramente quelli che hanno seviziato la prostituta, sa, quella morta di overdose? E quello gli avrebbe risposto, come no, certo che li cerchiamo i colpevoli, ma lei quali colpevoli cerca? Quelli che l’hanno costretta a prostituirsi? O quelli che l’hanno comprata per sfruttarla? Anzi no: che ne dice di braccare tutti i clienti che hanno abusato di lei per un paio di banconote, gettate con sprezzo sul suo corpo devastato? Da chi vuole che cominciamo?

Ecco cosa gli avrebbe risposto, e non ci sarebbe stato affatto da dargli torto.

Con molta amarezza, ripiegò il giornale e lo mise sotto la testa, prima di stendersi sul duro della panchina. Il freddo non gli fece effetto. Stette così per oltre mezz’oretta, riflettendo ancora sugli ultimi avvenimenti, con disgusto. Ad un certo punto si tirò su, mise il giornale in tasca, la macchina sempre appesa a tracolla, la Leika fida più di tutto, passò dal fornaio per comprare del pane e si ricordò di non avere un soldo. Merda, disse. Doveva ingegnarsi. O contrarre debiti, chiedere prestiti. O mendicare il pranzo. O saltarlo. Si, meglio così, tanto non aveva neppure fame. Fu col pensiero della Giù che si incamminò nella sua solita direzione: quella decisa dall’istinto, dalle gambe, dall’ispirazione.

Poi decise dove andare.

 

Casa dell’apostolo Cris era, per dirla con la migliore parola possibile, un buco. Poteva essere nient’altro che una tana sempre immersa nel sudiciume e nella confusione il luogo dove la cricca trascorreva le giornate. Cris abitava ufficialmente con un altro mezzo pazzoide che occupava il tempo e il cervello di fronte a tutto ciò che riguardasse un computer. Questo elemento, un greco di nome Costas, aveva scoperto vari modi piuttosto redditizi di sfruttare l’elettronica, non del tutto leciti, tra cui copiare software o clonare schede di telefoni cellulari e abbonamenti satellitari. Ma più spesso, come la buona parte degli individui che soffrono di disturbi da ipertecnologia, utilizzava le ore e le risorse fisiche e mentali per un’attività che di remunerativo non aveva nulla, ma in quanto a soddisfazioni batteva qualunque genere di affare: ovvero, penetrare nei sistemi informatici protetti, creare e inviare virus, installare malware nei computer di chiunque gli capitasse a tiro. Il tipo, Costas, aveva una personale filosofia, come gli altri dopotutto, secondo cui quando un sistema non può essere abbattuto, va perlomeno minato. Anche se è il sistema dentro cui lavori, che ti dà da vivere. Soprattutto se lo è. Costas credeva che fosse un dovere etico, una specie di codice deontologico di ogni rispettabile pirata, aggredire i sistemi informatici e violare le leggi, particolarmente quelle tese a garantire il rispetto di quella assurdità chiamata privacy. Per chiarire, lui alla privacy ci credeva. Ma proprio per questo riteneva che le istituzioni, con la scusa di garantire la riservatezza, accumulassero dati e informazioni sui cittadini, allo scopo di spiarli. Ossia: un mezzo subdolo perché il potere controllasse la vita di tutti, anche per il tramite di banche-dati e sistemi informatici. Con questo presupposto, violare le banche-dati era come fornire una spavalda prova della fallibilità del potere e dei suoi strumenti. Come a dire: siete voi controllori ad essere controllati. Siete voi detentori della forza a tremare perché un pirata sconosciuto semina il panico nel vostro apparato.

I bersagli preferiti di Costas, al tempo stesso i più difficili da eludere, erano gli istituti di credito e le banche. Una volta Costas aveva detto a Valerio e Cris che avrebbe potuto, senza sforzi ma con un certo rischio, entrare nella superprotetta contabilità informatica di una banca e prelevare denaro. Il gioco sarebbe stato tuttavia pericoloso, perché c’era il problema di girare il denaro presso un altro conto corrente, e poi ancora fino a far perdere le tracce, o sperare che queste si perdessero. Ma i soldi non gli interessavano. Non per paura, tanto anche così, se l’avessero beccato, avrebbe passato una caterva di guai. Semplicemente il denaro non lo attraeva, e non mancava di dimostrarlo durante la quotidianità trascorsa al riparo da qualunque forma di tentazione economica e materiale.

Il movente vitale di Costas era ottimo, dunque, perché gli altri tre, Valerio, Luko e Cris, lo rispettassero e considerassero Costas come un membro della confraternita, sebbene non fosse un pugile e anzi odiasse la lotta al punto di lasciarsi crescere la pancetta solo per protesta (così diceva). In realtà, il rigonfiamento del ventre deponeva per una versione diversa dei fatti, una versione che vedeva scorrere fiumi di birra in ogni frangente delle loro moleste serate.

Fu proprio Costas, in maglietta nonostante il freddo pungente, ad aprire la porta a Valerio.

- Oh! Malaka Bennet! Entra. – lo apostrofò.

Dietro gli occhiali sporchi, gli occhi lucidi e stanchi di Costas avevano la forma rettangolare del monitor.

- A chi stai rompendo il cazzo oggi, Greco?

- Vieni, vieni, Bennet, ti fo vedere una cosa eccezionale – disse Costas.

- Senti – disse Valerio seguendolo in casa – passi che mi chiami stronzo, passi pure che mi chiami per cognome; ma devi per forza parlare toscano?

- Solo con te, Bennet. Ouzo?

- Ouzo, cominciamo bene. Sono a digiuno, Greco.

- Allora ci aggiungo un po’ d’acqua, bene? – Costas concludeva la frase domandando: bene?

- Eh già, con l’acqua mi passa l’appetito…

- Ah, ah! – rise Costas – Voi italiani avete spirito. No, l’appetito resta, però non ti brucia lo stomaco delicato.

- Voi italiani? Ma se sono dieci anni che sei in Italia!

- Ho il cuore greco, la pelle greca, lo spirito greco, bene?

- Bene. Soprattutto lo spirito, ne è rimasta mezza bottiglia ed è pieno giorno.

- Malaka Bennet, da quand’è che hai scrupoli sul bere?

- Da domani, Greco. Versa.

Riempirono i bicchieri e sedettero alla scrivania, che poi era anche il tavolo da studio di Cris, nonché la mensa d’occasione per i panini alle acciughe di Costas. Dopo una sorsata Valerio comprese come mai Costas fosse a maniche corte.

- Vedi – riprese Costas dopo un breve silenzio – ho creato un programma che genera una serie indefinita di algoritmi alfanumerici. Questi algoritmi possono essere intromessi al posto dei codici segreti o delle chiavi d’accesso di un sistema, per esempio una qualunque rete telematica, anche domestica.

- Ti seguo. Ma come fai a intrometterti?

- Questa è la parte migliore del programma. Ascolta: un sistema, a meno che non sia già in funzione, ha bisogno di essere acceso, no? Vale per qualunque computer, bene?

- Si.

- Metti che sia spento. Quando viene acceso, dopo pochi secondi dovrebbe connettersi alla rete telefonica, cioè a Internet, vero?

- Non sempre.

- Non sempre, ma nel 95% dei casi lo fa automaticamente, tramite la connessione DSL. Nell’attimo in cui la scheda tenta di allacciarsi al server, il software - che è piccolo e pressoché invisibile – si aggancia ai file di sistema attraverso il modem, si installa e inizia a funzionare contemporaneamente da spia e da generatore di chiavi.

- Sembra geniale – disse Valerio.

- Lo è – rispose Costas eccitato.

- Com’è che nessuno ci ha mai pensato?

- E io che ne so? Magari lo hanno fatto, ma questo è straordinario, perché invece di spiare le chiavi d’accesso, cioè le password, ne sostituisce delle nuove. Capito? Così, quando qualcuno andrà a bloccare o sbloccare il sistema, non potrà mai più farlo, perché intanto io ci ho messo un mio codice.

- Costas, una domanda: che cazzo te ne fai di un sistema dopo che l’hai criptato e bloccato tu stesso?

- Boh. Niente – disse il Greco.

- Come niente?

- Non ci ho pensato.

- È la prima invenzione geniale senza utilità nella storia dell’umanità.

- Anche Leonardo, quello del Codice, era un genio incompreso.

- Se dici un’altra fesseria del genere ti ammazzo.

- Vorresti sostenere che Leonardo non fosse un genio incompreso?

- Si, ma non era quello del Codice, innanzitutto. E poi non venire a farmi lezioni di storia.

- Che hai fatto al labbro, Bennet? Voialtri non vi stancate di scambiarvi pugni?

- Voi greci siete bravi a cambiare discorso.

- Noi greci? Ma se sono dieci anni che bevi ouzo!

Valerio rise di gusto come non succedeva da settimane. Ma una forte malinconia gli era calata dietro gli occhi. Così decise di raccontare a Costas della rissa, poi dell’interrogatorio, della questura, dell’omicidio e di tutto il resto, compreso il neonato. Bevvero altro ouzo. Scolarono la bottiglia fino all’ultima goccia.

Il Greco decise che avevano bisogno di mettere qualcosa sotto i denti, dopo essersi bruciate le viscere. Preparò un piatto a base di grossi fagioli bollenti e feta greca, che a contatto con il brodo rovente dei legumi si sciolse fino a diventare una pastella appiccicosa. All’aspetto poco rassicurante di un piatto siffatto, al colore putrido, rimediava un sapore ricco e perduto, che a Valerio ricordava gli scogli a strapiombo sul mare e il profumo speziato della campagna. Riconobbe che Costas, in cucina, era bravo almeno quanto lui; in alternativa, la cucina greca non gli dispiaceva affatto. Fecero fuori una bottiglia di retsina bianca, un vino leggermente acre che Costas tirava fuori in certe occasioni, quando una qualche ragione di dolore gli faceva sovvenire la nostalgia della madre Grecia.

Questa rappresentava un’occasione. Con il piglio filosofico che il Greco travasava in ogni singola parola, più volte aveva spiegato a Valerio o agli altri quale fosse la sua concezione di occasione. Mai un anniversario, una festività comandata, un’occasione in senso comune. Non erano quelle le occasioni secondo Costas. Il suo concetto presupponeva che il pretesto per festeggiare fosse altro, diverso, originale, come la violazione di un sistema informatico piuttosto che non un compleanno; come un giorno mesto e sfortunato piuttosto che uno gaio.

Le occasioni, spesso, coincidevano con la pioggia.

Non una scopata: ma una scopata mancata.

- Costas – disse Valerio dopo una lunga riflessione, serio.

- Ne?

- Devo scoprire che cosa sta succedendo. Sento puzza.

- Bennet, non sono affari tuoi, ascolta un consiglio.

- Diavolo, Costas, è morto poche ore dopo che l’ho picchiato. Quasi mi faccio schifo.

- Non è colpa tua, no?

- Certo, ma non mi quadra.

Costas si alzò e si diresse verso un mobiletto. Ne tirò fuori due sigari sottili. Li accesero e si stesero sulle rispettive poltrone sgangherate. L’aria si impregnò del fumo acre dei cigarillos.

- Mi stai viziando, Greco.

- Così è prima di partire in guerra.

- Non parto in nessuna guerra.

- Buono, eh?

- Già. Come hai detto che si chiama il tuo nuovo pirata?

- Non ci ho pensato, a dire il vero.

- Pensaci.

- Che te ne pare di TBC? – disse subito dopo Costas.

- Deve necessariamente avere il nome di una malattia?

- Se è pestilenziale fa più effetto. È un acronimo. Sta per Troiano Bennet Cigarillo. Ti piace?

- Uh! – fece Valerio – Ne vado già matto. Grazie per il troiano.

- Troiano è il tipo di software. Bennet è in tuo onore. Cigarillo perché ha l’aspetto di qualcosa da prendere in culo.

- Fenomenale, Greco. Sei il mio enigmista preferito.

- Ora dobbiamo sverginare TBC e mandarlo all’attacco.

- Non saprei che farcene, ora – disse Valerio flettendo le sopracciglia – nessuna idea di svezzamento.

- Ci verrà.

- Per adesso è presto, Greco. Tu sistemalo, rendilo sicuro al massimo, poi io ti do un buco valido in cui ficcarlo, il tuo TBC.

Costas rise. I sigari si consumarono insieme alla scarsa luce del giorno.

 

 Elmore Leonard

 

 

 

Vota questo post


Commenta:




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)