NELSON ALGREN: LA VOCE DEI REIETTI
Nelson Algren nacque a Detroit nel 1909 e morì a New York nel 1981 in piena solitudine nonostante la fama. Trascorse gran parte della sua vita a Chicago, cui dedicò anche la quasi totalità della produzione letteraria. Giornalista professionista, redattore, poi romanziere, Algren raggiunse la fama grazie ai suoi racconti e ai suoi lunghi, delicati, devastanti libri, quali Walk on the wild side (Passeggiata selvaggia) e L'uomo dal braccio d'oro. Nel 1947 intraprese una storia d'amore burrascosa e appassionata con Simone De Beauvoir, in giro negli States per conferenze, con la quale manterrà poi un legame epistolare. Da Walk on the wild side prese spunto Lou Reed per scrivere il testo della celeberrima, omonima canzone, mentre meno famosi ma altrettanto importanti furono Le notti di Chicago e Mai venga il mattino. Fu tuttavia con L'uomo dal braccio d'oro che Algren conquistò il pubblico e la critica, vincendo nel 1949 il prestigioso National Book Award, da cui poi il regista Otto Preminger ne trasse la memorabile pellicola con Frank Sinatra e Kim Novak.
Senonché, ben presto Algren divenne un esule, un dissociato in rotta con la società che tanto ferocemente descriveva nelle sue storie. Scrisse di lui Kurt Vonnegut: "Come James Joyce, Algren era diventato un esule in patria, dopo aver scritto che i suoi connazionali forse non erano così intelligenti e nobili d'animo come amavano credere."
In L'uomo dal braccio d'oro, il protagonista Frankie Machine è un immigrato polacco nella Chicago degli anni '40 ormai al termine: reduce di guerra, eroe dei bassifondi, ex-galeotto. La sua professione: le carte, i dadi, la taverna, una sorta di Cecco Angiolieri contemporaneo. La Chicago in cui vive, quella vera, brulica di povertà e immigrati, di disperati e delinquenti senza dimora. E per Frankie Machine, che la patria ha usato e scaricato, non c'è altra alternativa per sopravvivere che l'azzardo, il borseggio, l'alcol. Così, mentre Frankie il Mazziere smazza tutti i giorni centinaia di carte, sogna in realtà di suonare la batteria in un'orchestra jazz e diventare famoso.
Ma i momenti migliori per Frankie sono quando i suoi demoni vengono scacciati dalla regina delle perdizioni: la morfina. Non gli resta altro, dunque, che scivolare nell'abisso della tossicodipendenza, dei ricatti, della malavita. Non può nemmeno contare sull'affetto di una moglie che forse non ama più, ammesso che l'abbia mai fatto: l'isterica Sophie, per tutti Zosh, immigrata come lui e costretta su una sedia a rotelle nel monolocale sporco e desolato in cui vivono, dopo un incidente d'auto causato dallo stesso Frankie in piena sbronza.
Il romanzo è questo: una grande epopea suburbana, violenta e affascinante, triste e senza scampo, in definitiva un grande noir sociale cui le nuove generazioni di scrittori non possono che fare riferimento, cui attingere mezzi e concetti nella prospettiva di una descrizione della società contemporanea (e del suo cancro).
- Tutti erano arsi dalla stessa torcia, la cui fiamma aveva toccato anche lui. Una torcia che bruciava in un uomo tutto meno una colpa nera e calcinata. La grande, segreta, particolarissima colpa americana di non possedere nulla, assolutamente nulla, nella sola terra dove proprietà e virtù sono la stessa cosa.
- Frankie Machine ne aveva visti di ceffi in ventinove anni di vita, ma ciascuno di questi sembrava essere stato manganellato da tutti gli altri per tutta la notte. Facce sanguigne come porco crudo macinate lentamente nel tritacarne della grande città; facce come bianche vesciche scoppiate, questa co occhi di pollo in agonia, quella feroce come il muso di un mastino senza via di scampo; occhi accesi dal lieve scintillio della demenza e occhi velati nella vitrea fissità del dolore.
E poi vagabondi, papponi, spacciatori ex tossici, scimmie da 35 libbre sulla schiena, baristi, ciechi ubriaconi, poliziotti e centinaia di altre figure tanto tragiche da sembrare comiche, indimenticabili eroi dei bassifondi, vite "senza luce e senza amore."
ElmoreLeonard, Michigan
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