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Una pillola gialla

di elmoreleonard (18/10/2005 - 01:20)

AUTUMN LEAVES

 

La polizia irruppe nella cantina dopo la terza segnalazione. Alla prima telefonata, la centralinista del commissariato represse un sorriso, ma passò la chiamata all’ispettore Tristano, che sorvolò. Mitomani, disse. Alla seconda, la centralinista pensò che in quel quartiere stessero impazzendo. Dopo la terza, Tristano prese due agenti e andò subito a verificare. La mezzanotte era trascorsa da un pezzo. Lo strano allarme non risparmiò ai tre uomini una buona dose di sbadigli, per strada. Insomma, più che un’irruzione, quando arrivarono al n.5 di via Rava, trovarono semplicemente la porta socchiusa, ed entrarono. Lo spettacolo fu tutt’altro che piacevole, anche per dei poliziotti avvezzi a tutto.

Le telefonate erano state tutte e tre confuse, agitate, di persone colte nel sonno. Suoni fortissimi in rapida successione. Squilli tremendi, agghiaccianti. Una tromba, ipotizzò un vecchio signore ansioso alla centralinista. Una tromba? Nel cuore della notte?

Tristano e i due sbirri entrarono nel locale buio, circospetti. Al centro della stanza, distinsero una sagoma rannicchiata, come un sacco. L’agente semplice Schelli trovò l’interruttore: una fioca lampadina s’accese a svelare il mistero, proiettando una luce gialla sull’ammasso riverso.

L’altro, agente Volpe, portò la mano alla bocca, inorridito. Un uomo giaceva su una seggiola scassata, legato con una corda. Ai lati della faccia, due rivoli ancora freschi di sangue scendevano verso il collo, a imbrattare camicia, pantaloni, con schizzi anche sulle scarpe, confluenti in una pozza densa sull’impiantito. Dalle apparenze, il cadavere poteva avere circa cinquant’anni. Gli agenti, su ordine di Tristano, salirono le scale della cantina e penetrarono nell’appartamento al primo piano. La casa sembrava deserta. Nelle stanze non c’era nessuno, un paio di letti sfatti ma freddi, una tv accesa, nessun segno di effrazione alle porte. La perlustrazione parve non dare frutti, finché Schelli non fu colpito da una fotografia. Dentro la scialba cornice, l’uomo ancora in vita abbracciava un ragazzo sui vent’anni. Il figlio, a giudicare dalla somiglianza. La vittima rideva di un sorriso dolciastro, forzato. Il ragazzo non rideva. In mano, un oggetto, tagliato a metà dall’inquadratura.

- Hai visto? – fece Schelli al collega.

- Già – rispose quello. Scesero dall’ispettore, che cercava indizi nello scantinato. Gli mostrarono il particolare.

- Andiamo – disse. – Non può essere lontano.

Perlustrarono il quartiere con la Pantera a sirene spente, luci basse. Strade, vicoli, cortili. Finestrini abbassati nonostante il freddo. Pile elettriche puntate nell’oscurità. Finché non lo trovarono. Anzi, non lo sentirono.

Miles Davis lo riconosci subito, disse piano l’ispettore. Gli altri non intesero. Spensero l’auto e scesero. Schelli e Volpe slacciarono la fondina e impugnarono le Berette d’ordinanza. Tristano alzò la mano quasi a dire di stare calmi, niente armi. Non ce n’era bisogno.

Su una montagnola di terra umida, seduto, il ragazzo continuò a suonare nonostante i fasci di luce si avvicinassero. L’ispettore si appropinquò, si fermò. Aspettò che il ragazzo ultimasse il pezzo. Era bravo, niente male per un giovane bianco. Le ultime note uscirono verso l’alto e andarono a sbattere sulla luna, mai così fosca e rossastra.

- Devi venire con noi – gli disse. Il ragazzo non rispose, ma seguì docile gli sbirri.

Nella volante, sulla strada per il commissariato, Tristano si voltò a guardarlo.

- Perché?

Il ragazzo esitò, cupo. Poi finalmente aprì bocca.

- Odiava il jazz. Odiava la mia tromba.

- E quindi gli hai traforato timpani e cervello a suon di jazz.

- Si.

- Rischi vent’anni.

- Purché mi lasciate la tromba, va bene.

Lo condussero in cella, ma gli tolsero lo strumento.

 

ElmoreLeonard, Michigan

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