Un racconto dedicato all'apertura mentale, alla cultura della libertà
ALIENI SULLA CITTÀ
“Noo! Non è possibile! Guarda quel demente! Tappooo!”
Fuori dalla finestra, un tizio correva per strada avanti e indietro con addosso solo un cartello, appeso sul collo e penzolante davanti, una specie di veste adamitico-pubblicitaria. Gancio chiamò Tappo urlando finché quello non arrivò.
“Che vuoi?”, chiese con stizza. Detestava essere interrotto mentre si esercitava al pianoforte, specie se si trattava di un Notturno di Chopin.
“Guarda”. Indicò il vetro entusiasta.
Tappo riprese colore. “Usciamo”. Si catapultarono in strada per vedere che cosa stesse succedendo. In pochi secondi, numerosi capannelli di persone si erano formati sul marciapiede, uomini poggiati alle auto in sosta, donne sporte alle verande per godersi lo spettacolo di quell’essere che si sbracciava e cercava di attirare l’attenzione.
“E tu che quest’estate vorresti andare negli Stati Uniti, in qualche megalopoli, ad affascinarti con le follie della città moderna. Guarda, i pazzi ce li abbiamo pure noi!”
“Non dire vaccate, Gancio. Come se per fare di un paese una grande città bastasse un mezzo idiota che corre nudo con un cartello al posto della foglia di fico…Ci vuole ben altro. A proposito, che dice?”
“Dice che…aspetta. Qualcosa che ha a che fare con gli ufo. Le solite menate, gli extraterrestri, le razze. Quando verranno a prenderci ci vogliono…uhmm – esitò – dice che dobbiamo aspettarli nudi sui tetti delle case, eccetera.”
“L’amore libero galattico, allora. Che invenzione!”
“Già. Rientriamo a farci una birra?”
“Si. Basta con la metropoli e le sue stramberie.”
In realtà, scene di ordinaria follia non è che se ne vedessero molte. Anzi la città era piuttosto avara in quanto a sorprese e spettacoli, di qualsiasi genere. Ma Gancio e Tappo coltivavano troppo cinismo, personale e di coppia, per ricamare storie o perder tempo sopra episodi di quel genere, quantunque eccezionali.
Erano da poco rientrati quando udirono bussare con violenza al vetro della finestra. Il tizio di prima gesticolava con gli occhi sgranati e sbatteva i palmi, chiamando gli inquilini.
“Che ti serve?”, domandò scocciato Gancio aprendo la finestra per la seconda volta.
“Fammi entrare, fammi entrare!” urlò quello, voce roca e strozzata.
“Senti amico, oggi non ho voglia di perder tempo con queste sciocchezze. Quindi fila!”
“No, ascolta – rispose trafelato – sta arrivando la polizia, quelli mi portano via. Aiutami, ti giuro che me ne vado senza rompere. Devi solo nascondermi cinque minuti.”
“Ti ho detto di…”
La porta emise uno scatto. Tappo si affacciò in strada e disse: ”Entra, muoviti!”
Il profeta non se lo fece ripetere e sgattaiolò in casa, mormorando mille ringraziamenti.
“Tappo ti senti bene? Dice che hanno chiamato la polizia e tu te lo porti dentro?”
Gancio era palesemente contrario. Tappo, invece, ci rideva su, sardonico.
“Gancio, credo tu sia troppo agitato. Non stiamo facendo nulla di male, a parte dare ricovero ad uno sventurato.”
“Ehi! – protestò il profeta – non sono uno sventurato.”
Tappo lo squadrò velocemente dalla testa ai piedi: era proprio nudo, spettinato e il cartello gli copriva a malapena i genitali. “No, no” disse ironicamente.
“Alla polizia che diremo?”
“Niente, non apriremo. È semplice”.
“È semplice” gli fece eco il profeta.
“Tu zitto” intimò Gancio. Stavano dando vita proprio ad un bel siparietto nell’ingresso del piccolo appartamento che i due dividevano.
“Non conosci la legge, né gli sbirri, Tappo” proseguì Gancio.
“E tu non conosci gli uomini.”
“Evidentemente no” replicò Gancio un po’ più ammansito. Tappo aveva su di lui un forte ascendente e del resto la conversazione viaggiava tra loro su un livello diverso, più profondo che non su quello delle semplici parole.
“Però – aggiunse cambiando tono – conosco i reati. Qui ci danno favoreggiamento dell’offesa a pubblico pudore e associazione a delinquere finalizzata al traffico di alieni.”
“Aver superato l’esame di diritto penale non ti dà diritto a sparare cazzate su noi poveri profani.” Il profeta annuì sfacciatamente, ripetendo le ultime parole che sentiva.
“Si, ma dell’extraterrestre che ce ne facciamo?” chiese Gancio.
“Lo aiutiamo a scappare, no?” disse Tappo.
Uno sbattere di portiere annunciò l’arrivo della volante di pattuglia.
“Andiamo” disse di nuovo Tappo dirigendosi verso il cortile interno.
“E dove, di grazia?”
“Visto che il profeta ama i tetti, ci faremo una bella passeggiata tra i comignoli finché non saremo in salvo. A proposito, profeta, come ti chiami?”
“Mingo.”
“Ah ah! – rise Gancio. – Che nome del cazzo!”
“Eh, sta parlando…” Tappo rise a sua volta, pensando che tutti e tre avevano ben modo di ridere l’uno dell’altro.
Diedero a Mingo un paio di mutande, dei bermuda e una maglietta, aspettarono che si vestisse e poi salirono sul tetto. Sotto, un agente stava scampanellando alla loro porta con aria piuttosto indolente.
Il panorama della città era un bel colpo d’occhio. Saltarono da un tetto all’altro, immersi in un’aria tiepida, tra antenne e caminetti di pietra, mentre il traffico formicolava in basso. L’etere possedeva per odore nient’altro che l’universo. Come cambia la prospettiva da quassù, pensò Gancio felice di essersi lasciato convincere.
“Però, se stessimo a Bologna, eh? Che meraviglia i tetti rossi, i porticati…
“…A scivolare sulle tegole spioventi, pure…”
“Sei il solito guastasogni.”
“Io? E tu? Che ha questa città che non va?”
“Niente, era per fare un paragone. Sarà colpa di questo profumo di ragù.”
“Ma va’. Goditi il cielo che è meglio.”
Mingo, intanto, si era avvicinato a una donna che stendeva il bucato sulla lamia. Tappo e Gancio gli corsero dietro per sottrarla ad un probabile sproloquio sulle feste aliene in terrazzo.
“Ma no, rimanete, era così simpatico!” gridò loro dietro la donna. Forse lei ci credeva. Aveva visto Piano 9 da un Altro Spazio.
“Sai Mingo – disse Gancio – non è che io non ci creda, alle forme di vita aliene. Ma dubito che verranno sulla Terra per festeggiare con noi sui tetti.”
“Parli così perché ignori le usanze del popolo di Juppulpore, della Galassia dei Nove Mondi” disse Mingo, serio, con l’indice teso verso l’alto in funzione didattica.
“Infatti le ignoro” assentì Gancio.
“Fermi qui!” affermò ad un tratto Mingo. Si erano allontanati abbastanza da casa ed erano giunti al centro.
“Che c’è?”
“Laggiù – indicò un punto imprecisato verso il basso – si trova un punto segreto di contatto con il popolo di Jubbulpore.”
Gancio strinse gli occhi. “Io vedo solo l’osteria di Papà Artò.”
“Infatti. Ragazzi, grazie di tutto.” Mingo strinse le mani ai due con occhi scintillanti (di vino) e poi si catapultò giù agile tra pensiline e canali di scolo, fino in strada.
“Ma vedi tu questo – fece Gancio – si è pure preso le mutande!”
“Che volevi, lasciarlo di nuovo nudo? – disse l’amico – Vieni, sediamoci.”
Sedettero su un alto parapetto di un vecchio condominio. La città si stendeva davanti ai loro occhi, piatta e luccicante. Un campanile svettava tra le chiese e gli antichi palazzi, come se cercasse di solleticare il sole.
“Beh, non è tanto male” disse Gancio.
“Direi proprio di no.”
Guardarono ancora l’orizzonte e le case bianche, e una impercettibile striscia di mare a est, e poi si guardarono a lungo negli occhi, prima di scambiarsi un lungo bacio, tenendosi per mano e dondolando i piedi nel vuoto.
Elmore frikkettone Leonard, Machogan!
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