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De.licio.us

Venere - Un racconto amorale

di elmoreleonard (01/10/2005 - 17:48)

...

[Terza e ultima parte]

Lo stato di cose proseguì in questo senso per molti, lunghi giorni. Sonia non mi permise mai di sfogare su di lei le mie voglie, ma del resto non feci nulla che andasse contro il suo volere, tanto ero soggiogato. La mia sottomissione al suo ludibrio lussurioso si rivelò essere sufficiente a soddisfare di volta in volta i miei istinti, giacché ogni volta che si concludeva una di quelle pericolose avventure, rimanevo esausto, fiaccato, completamente scarico. Fu in uno di quei momenti che iniziai a prendere coscienza di non poter più starle dietro, a meno di non voler perdere del tutto la sanità psichica e sessuale. Ma al tempo stesso, sapevo di non poter rinunciare a lei, a quell’esplosione di vitalità animalesca chiamata Sonia. Mi trovavo in una sorta di stallo doloroso, in bilico su una lama con due precipizi ai lati (seguirla nella perdizione o cercare di staccarmi da lei), cosciente che entrambe le scelte sarebbero state ugualmente impossibili e sbagliate. Così, circa tre settimane dopo che l’avevo conosciuta, giocai la mia carta.

Eravamo al mare, seduti sulla battigia, in un insolito momento di quiete. In un certo senso, ci eravamo affezionati, anche se ero sicuro che io per lei fossi solo un docile giocattolo, mentre viceversa io ne ero pazzo. Sonia brillava al sole, di un fulgore abbacinante, di una dolcezza che sapevo mostruosa. Mentre, al contrario, io seccavo per il caldo e l’ansia dei miei pensieri. Scostai la mente e lo sguardo dal suo corpo pannoso, dai suoi occhi e mi concentrai sull’orizzonte biancastro, folle di luce. Volevo essere lontano, su quella riva impossibile dell’oceano; invece ero soltanto in balia di una passione agli antipodi di tutto. Presi coraggio e, balbettante, le dissi che non avevo più voglia di quei suoi giochi sessuali senza sesso, di quelle tentazioni infinite che m’avevano segnato. Le dissi che ero cotto di lei, della sua bellezza, ma che al tempo stesso ero spaventato, spaventato che quello non fosse amore ma schiavitù, spaventato di quanto altro potessero degenerare le nostre perversioni. Le dissi che non avevo più intenzione di masturbarmi nei luoghi più impensabili per il suo solo gusto di vedermi in quello stato; che non avevo più voglia di vederla mentre si faceva scopare da altri uomini, raccattati per strada, mentre io ero costretto a guardare; che ormai era insopportabile il pensiero di quell’uomo che prima si sbatteva la madre e poi passava a lei, gaudente di quell’animale da monta.

E Sonia, con movimenti morbidi, mi fu vicina, e prese a sussurrarmi parole di conforto all’orecchio, strusciando piano la sua pelle, la sua carne sulla mia, felina, accarezzandomi con dita più soffici di piume di struzzo, e un sibilo degno del canto di Scilla. Seppi una volta di più che erano le moine ingannatrici di una strega, e che non potevo ribellarmi. Ero suo schiavo, e cedetti. Mi distese dolcemente sulla sabbia, salì a cavallo su di me e si fece infine penetrare, senza bisogno d’altro: semplicemente fui dentro di lei, e fu migliore di qualsiasi sesso o depravazione avessi sperimentato in tutta la mia esistenza. Non descriverò lo stato d’estasi a cui accedetti dal primo istante di quell’accoppiamento, per il solo fatto che è indescrivibile. Si mosse sinuosa sopra di me, con i seni danzanti sul mio viso, la luce inondante i corpi, gli umori travasarsi, la sabbia che si appiccicava, i glutei di lei, e le mani, e i capelli fruscianti, tutto ondeggiante e sospinto da una forza occulta e invincibile. Un piacere troppo agognato e immenso per essere vero.

Credetti di esplodere decine di volte, ma il mio organismo, i muscoli si rifiutarono di lasciarsi andare allo spasmo finale, e resistettero, resistei a quella cavalcata della mia puledra-cavallerizza finché potei.

Fu un attimo. Lei intuì il mio imminente orgasmo, successivo e sfasato di pochi secondi rispetto al suo, che fu maestoso, feroce, con le unghie penetrate nel mio petto, le anche a stringermi in modo forsennato, Sonia la diavola a risucchiarmi da dentro ogni goccia di vita. Sonia ebbe un orgasmo violentissimo, bestiale, tanto da farmi temere che qualche muscolo si potesse rompere, la carne strappare, o morire entrambi d’amplesso. Io ero lì, stavo per raggiungerla. Una scarica elettrica si preparava a devastarmi, mentre nella testa, del tutto svuotata, un ultimo briciolo di razionalità aveva acceso una scintilla di dubbio, per il fatto che lei fosse venuta prima di me, anche se per pochi istanti. Tutto durò infatti pochi istanti, il tempo che quel dubbio quasi inconsistente, quel granello di dispiacere si tramutasse in furente, tragico terrore.

Fu perché Sonia, neanche il tempo di arrivare dov’era lei, nemmeno il tempo di lasciarsi andare allo sfinimento del dopo, mollò la cavalcatura, riacquisì il suo glaciale sorriso di demone, e sgattaiolò via, lasciandomi nell’oblio dell’incerto, nel fuoco del mio membro imporporato, troppo presto perché esplodessi, troppo tardi perché tornassi indietro.

Ero ancora disteso a terra, furente per essere stato usato e abbindolato, sedotto e abbandonato, atterrito per la perfidia di quella strega, umiliato e impotente. Lei mi gironzolava intorno, dicendomi di alzarmi e di cercare altri modi per divertirci, canzonandomi e facendo di tutto perché la inseguissi.

E così feci. Balzai su di scatto e le corsi dietro. Sonia era molto agile, me ne aveva dato prova in più occasioni, e credendo che avessi molta voglia di giocare, si lasciò prima inseguire su quella spiaggia assolata, infine prendere.

Quando vide, di nuovo stesi per terra, la sinistra luce nei miei occhi, capì che il desiderio aveva mutato aspetto, e di poter raccogliere il frutto dell’abiezione umana. Non seppi in quegli istanti se il suo carattere fosse malizioso, ma tutto sommato innocente, o frutto di una colpa magari ascrivibile ad una situazione familiare perversa e deturpata. Non seppi capire se Sonia volesse, in maniera tremendamente crudele, dimostrarmi una sorta di affetto, o di attenzione, ovvero soltanto mietermi come vittima di una personalità affascinante e diabolica. Seppi solo che in me era scattata una molla del non ritorno, un ordigno malefico e distruttivo, il congegno della fine. Volevo avere Sonia fino in fondo, e la ebbi.

Sonia si dibatté, scalciando e graffiandomi, urlando improperi indecenti e sputando, ma una forza cattiva e selvaggia si era impadronita di me. Soddisfeci maldestro i miei bisogni bestiali, e crollai sfinito.

Sonia rimase accasciata al mio fianco, tremante e piangente, come se tutta la fosca malizia cui era avvezza si fosse azzerata di fronte al mio abuso.

Non feci in tempo ad avvicinarmi per cercare il suo contatto, per rincuorarla. Due pescatori che s’erano goduti la scena da lontano erano accorsi, armati di cavalletti, canne rinfoderate e un pesante ramo di pino raccolto al limite del litorale. Non potevano sapere di tutto il trascorso tra Sonia e me, ma comunque non credo che questo sarebbe giovato alla mia causa maledetta. Avevano visto lo stupro, e tanto bastava.

Non ebbi neppure il tempo di alzarmi e tentare una pur minima difesa. Mentre vidi Sonia scappare, ancora singhiozzante, una gragnola di mazzate accompagnate da altri insulti e sputi mi piovve addosso. Rannicchiato su me stesso, tremante a mia volta e piangente, non imploravo, ma subivo, come avevo subito per tutto il tempo le maliziose angherie di Sonia.

Mi sfasciarono di botte, riempiendomi di lividi e grossi ematomi, e uno dei due mi pisciò addosso, giudice di strada, mentre l’altro rideva e finiva di randellarmi. Poi svenni.

Rimasi per ora sotto il sole, più morto che vivo, con enormi ferite in testa, sugli arti, un braccio spezzato, la schiena distrutta. Il sole mi cuoceva impietoso. Nessuno venne a raccattarmi, anche se udii indistintamente dei passi e alcune voci. Ero additato, ormai. Lo stupratore, la bestia.

Dopo il tramonto, riuscii faticosamente a mettermi in piedi.

Non tornai a casa, ma vagai per tutta la notte, randagio, reietto, inviso persino a me stesso. E non vidi mai più Sonia. A volte penso che mi sarebbe bastato vivere una normale relazione, ma mi convinco che non sarebbe stato lo stesso.

Probabilmente lei non avrebbe intrapreso una normale relazione.

Al mattino, sgattaiolai in casa, tumefatto e zoppicante, raccolsi qualche straccio, un po’ di denaro, e scappai.

La mia esistenza da allora è capovolta. Viaggio di città in città, di paese in paese, alla ricerca di un modo per espiare la mia colpa, cosciente che non sarà mai possibile, se non – forse – trasferendo l’espiazione nel viaggio stesso, nella fuga impossibile da me, dai miei ricordi.

Sono consapevole che un giorno, il tempo trascorso mi sarà d’aiuto.

Vivo all’addiaccio, nelle botteghe dove faccio mille mestieri, taciturno e benvoluto dai miei ospiti.

Non ho niente addosso a me del passato: tranne l’immagine, ben desta nella memoria, di quella ragazza che un giorno s’arrampicò su un albero di gelsi, sorridente, schiudendomi la soglia della fine.

 

Elmoreleonardmichigan

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