Un racconto
La Venere di Porto Battaglia - II parte
I giorni seguenti, Porto Battaglia, la località in cui mi trovavo, non fu più la stessa. Perché io non fui più me stesso, e mi perdetti in me stesso, e nell’infinita voragine che Sonia scavò nel mio essere. Ebbe la capacità di moltiplicare le tentazioni, facendomi assaporare di lei quel tanto che bastava per lasciarmi crogiolare in una morte lenta e senza fine, abbandonandomi in un supplizio dei sensi incontrollabile. Ci avventurammo nelle imprese più sfrenate, tese ad un piacere al limite del parossismo. Fece di me quello che voleva, a tal punto che divenni un burattino tra le sue mani.
Un episodio eclatante fu quando riuscì a convincermi ad infilarmi con lei nell’armadio di casa sua, che ogni tanto frequentavamo nei lunghi e assolati pomeriggi. Sonia viveva con la madre, una donna sensuale e bellissima, ed il compagno di lei, giacché suo padre era scappato con un uomo, compagno di cella ai tempi della galera (una famiglia dissestata, dunque). Introdottici nel grande armadio tarlato, mi costrinse a spogliarmi e d’altronde non opposi la benché minima resistenza. Sonia rimase in uno dei suoi soliti minuscoli gonnellini e in canotta, lasciando il resto alla mia sfrenata immaginazione, complicata dalla penombra. Sudavo dal caldo e dalla violenta eccitazione che quella situazione m’aveva indotto. Lei ridacchiava e mi sussurrava di fare silenzio. Io la guardavo rapito, ridacchiavo stupidamente e mi concentravo – perché non avevo scelta – sulla mia tumultuosa e dolorante erezione. Dopo una lunga attesa di sussurri, mormorii e gorgoglii soffocati, in cui Sonia non mi permise – come al solito e con il consueto garbo – neanche di toccarla, la madre entrò nella stanza, accompagnata dall’uomo. Erano entrambi in costume da bagno, lei in un due pezzi da fare invidia ad una ventenne, lui in slip e fisico da camionista. Quello che intravidi dopo nella sottile fessura tra le ante, invogliato da Sonia e incuriosito per mia natura, fu il colpo di grazia per la mia saldezza spirituale e sessuale. Non appena i mugolii della donna, montata dal bestione, si tramutarono apertamente in urli belluini, il mio vigore già al limite esplose in un fiotto incontrollato che invase l’armadio e un ginocchio di Sonia, per questo ancora più divertita.
Lei rideva, ed io mi ero venuto addosso senza il minimo contatto, al solo sentire quella coppia in calore. Mi sentii un perfetto idiota, privato all’improvviso delle proprie energie e dei residui del mio orgoglio.
Il suo maggior godimento fu farmi aspettare per sgattaiolare fuori, nella sauna dell’armadio odorosa di umore maschile e dell’inconfondibile profumo che Sonia emanava: l’afrore selvaggio di un animale da sesso. Ed io, gocciolante e grondante, fremevo.
Il gioco si moltiplicò nei giorni seguenti, diradandosi o accrescendo secondo il personale desiderio di Sonia; quale fosse la sua volontà, maltrattarmi per ore con allusioni e tentazioni cinicissime o, peggio, dimenticarsi di me e abbandonarmi in preda al deliquio, ero comunque costretto ad assecondarla, perché non trovavo in me abbastanza forza per resisterle, per oppormi ai suoi svaghi perversi. Come nell’occasione, il pomeriggio successivo, in cui mi sfidò a orinare in presenza di una donna anziana del vicinato. Questa vecchia, quasi cieca, era seduta all’angolo della sua altrettanto vecchia casa, a pochi passi dalle nostre abitazioni. Sonia mi chiese se avessi il coraggio di pisciare nell’angolo, due o tre metri più in là della sedia su cui era adagiata la vegliarda. Niente di più facile, le risposi, ma la cosa mi pareva ugualmente di pessimo gusto. Allora Sonia, per tutta risposta, si chinò immediatamente sulle ginocchia nel punto in cui si trovava, di fianco a me, mentre la vecchia boccheggiava là vicino. Tirò su il gonnellino, che certo non aveva bisogno di sollecitazioni in questo senso, e prese a orinare davanti ai miei occhi, fissandomi e sorridendo, con gran rumore. Tanto che la vecchia si voltò lentamente nella nostra direzione. Non ci vedeva, ne sono sicuro, ma non era tanto morta, ancora, da non avvertire la nostra presenza. Vidi il fiumicello di orina che sgorgava dal pube nascosto di Sonia e fluiva sulla strada in una piccola pozzanghera. Vidi le labbra schiuse di Sonia e la sua lingua suggerirmi di pisciare insieme a lei. Non impiegai un secondo di più per decidermi a farlo, ma dovetti fare i conti con un’altra violenta erezione che mi costrinse ad una minzione singhiozzante, insoddisfacente e tutta verso l’alto, con gli schizzi di pipì che mi ricadevano sui piedi. Feci tanto rumore che la vecchia percepì la nostra presenza e si svegliò del tutto, benché non ci vedesse per via della quasi cecità, finché non ci urlò di andare via, convinta che fossimo cagnacci randagi venuti a marcare il territorio. Sonia si alzò in fretta, come se orinare per strada in quel modo fosse la cosa più naturale della terra, e mi piantò a metà, allo stesso tempo eccitato per aver visto Sonia chinata a orinare e incollerito con me stesso per la mia debolezza.
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