LA VENERE DI PORTO BATTAGLIA - Racconto breve a puntate
di Elmore Leonard, Michigan
Quando conobbi Sonia, all’incirca un anno fa, provai da subito la netta sensazione di sentirmi perduto. Dev’essere stato pressappoco come la paurosa, abissale miscela di sentimenti che pervase il popolo di Montpellier, intorno all’anno 1530, allorché Michel de Nostredame previde l’arrivo di una cometa infuocata: tanto fu lo sgomento quando la profezia si avverò. E un miscuglio simile, di fascino, mistero, bellezza e oscuri presagi, ha iniziato a ribollirmi dentro il giorno in cui Sonia apparve nella mia vita, devastandola.
Fu come se tutta la mia esistenza precedente fosse stata un appannato susseguirsi di fatti polverosi e inutili, una vecchia, logora pellicola di un film in un cinema di serie B: una serie di immagini blande, apatiche, deludenti. Non che prima me ne fossi accorto, però. È difficile stare dentro uno stato d’animo quale il torpore e rendersene conto, soprattutto se non si conoscono vie d’uscita, fughe, mezzi per incrementare le sensazioni, conoscere inferni e paradisi che scaccino in qualche modo l’apatia. No, vivevo intorpidito, nella noia, nella più piatta banalità, e non potevo fare nulla per uscirne: semplicemente non mi accorgevo di essere in quello stato. Anche le storie d’amore, o presunte tali, s’erano risolte ad essere tutt’altra cosa rispetto a quanto avevo sperato in un primo momento. Alla foga giovanile, agli accessi di passione, ben presto era subentrata l’abitudine.
Così avrei continuato a vivere, a sopravvivere, per il resto della mia vita se sulla mia strada non si fosse presentata quella sirena di nome Sonia.
Fu un giorno di giugno, il pomeriggio era lunghissimo e soleggiato. Seduto a terra, con la schiena poggiata ad un tronco di gelso nero e un filo d’erba in bocca, mi godevo l’eliomassaggio sulla pelle e sul viso, aspettando che i gelsi cadessero. La contrada in cui mi trovavo costituiva il luogo estivo di villeggiatura della mia famiglia, e faceva parte di un piccolo borgo dalle chiare origini contadine, col vantaggio di avere il mare a qualche centinaio di metri. Le caratteristiche case di pietra, abitate anche d’inverno, venivano affittate durante la stagione estiva; ma in generale il posto rimaneva tranquillo e silenzioso.
Adesso, quella goduriosa siesta che mi concedevo ogni giorno dopo pranzo rimane una delle poche cose meritevoli d’essere salvate (e per questo la rimpiango) da quando Sonia ha fatto irruzione e mi ha scombussolato, facendomi conoscere quegli inferni e quei paradisi di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza.
Mi accorsi che qualcuno mi stava fissando con un sussulto così repentino che temetti di subire un collasso. Avvenne come se un’ombra si celasse dietro le palpebre. E da lì, disteso, ero sicuro che non ci fosse nessuno nei paraggi, specie alla controra. Mi sbagliavo. Aprii lentamente gli occhi con la sensazione che qualcuno mi spiasse. Era lei. Si era avvicinata di soppiatto e mi sorvegliava con aria di curiosità. Non l’avevo mai vista, doveva essere la prima volta che si trovava da quella parti.
Faticai a focalizzarla, controluce, finché non mi sollevai un po’ e realizzai di non conoscerla. Fu lei a rompere il ghiaccio, salutandomi e sfoggiando un sorriso malizioso, ma benevolo. Ci presentammo e iniziammo a parlare. Aveva la mia età ed era anche lei in villeggiatura. Dopo meno di mezz’ora, mi sembrava di conoscerla da sempre. Mi parve come se tutto il resto, il sole, l’ombra del gelso, i miei libri, gli interessi che avevo discretamente coltivato, si fosse annullato per scomparire in un recesso irraggiungibile del tempo. Non è stato un innamorarsi, non una semplice cotta – per quanto forte possa essere – quello di cui parlo. Se così fosse stato, tutto mi sarebbe parso più piacevole, più bello. Ma qui l’estasi amorosa non c’entra per nulla.
Con Sonia scomparve ogni cosa. Niente aveva più senso d’esistere, nemmeno io stesso. Per prima cosa mi smarrii di fronte alla sua bellezza unica. Era scalza, la pelle chiara, leggermente dorata dal sole, perfettamente liscia; le gambe snelle e sode; indossava un gonnellino sottilissimo e molto alto, bianco, dentro cui stava, tondo e alto, un fondoschiena vertiginoso; sopra portava una maglietta azzurra, aderente, senza alcun reggiseno, e del resto non se ne avvertiva il bisogno, visto che i seni erano dritti, gonfi, rotondi. Sopra il corpo splendido e senza difetti, un volto angelico era incorniciato da una massa di capelli ondulati, color miele; gli zigomi alti sostenevano un paio di occhi verdi, chiari e innaturali; infine la bocca, carnosa, conturbante, rossa, perennemente percorsa dalla spola umida della diabolica lingua.
La perfezione cristallina, seducente, universale del suo corpo, tuttavia, era solo un ordinario tesoro – di belle ragazze ce ne sono tante – quantunque fosse una meraviglia per gli occhi e gli altri sensi. In Sonia c’era qualcosa in più: una demoniaca, maliziosa perversione che le correva sotto pelle, e di cui all’inizio ne sentivo appena un vago odore. Una perversione sessuale, fisica e mentale, che svelava secondo un ordine misterioso tutta la sua potenziale carica distruttiva.
L’aria era torrida, di tanto in tanto lievemente percorsa da una brezza calda; lei era seduta vicino a me e parlavamo in un apparente stato di calma. Eppure, dentro, ribollivo. La mia attrazione per Sonia cresceva ogni secondo di più, rasentando una sensazione di paura folle, come se al posto della passione avrei trovato un abisso fatto di fascino e perdizione. Il sudore trapelava dai pori delle tempie e stazionava in goccioline che la mia mano nervosa cercava invano di asciugare. Nascosi con grande fatica un’erezione dolorosa che non mi abbandonò mai, per lunghissimi tratti di eccitazione, salvo alcune brevi, vane pause di respiro.
I presentimenti di questa angosciosa pulsione si materializzarono per la prima volta quando udii la sua voce suadente chiedermi se avessi voglia di gelsi. Obiettai a Sonia che la mia pigrizia mi aveva insegnato ad attendere i frutti cadere tra le mani; ma lei subito mi offrì di raccoglierne di freschi dalle cime dell’albero, anche per dimostrarmi che sapeva arrampicarsi, e che nonostante l’aspetto di ragazza dolce e a modo non ignorava le gioie degli sport più maschili. Accolsi con divertito stupore la sua proposta, ma presto, con riguardo alla mia stabilità psichica e sessuale, mi pentii. Non tanto perché mi dimostrò un’abilità e un’agilità da atleta, che pure le invidiavo; quanto per il fatto che, appena fu salita su un ramo, spalancò deliberatamente le splendide gambe, e mi fece morire. Sonia non indossava mutandine. Il suo sesso pendeva letale sulla mia testa, quasi che da un momento all’altro fosse pronto a gocciolarmi addosso (così immaginai), mentre lei, diabolica e ingenua, simulando innocenza, spiccava i frutti dai peduncoli tra le fronde.
Indugiai là sotto inebetito, a guardarle la cosa in mezzo alle gambe, preda di voglie animalesche che minacciavano di esplodere. Ma Sonia, imperturbabile, continuava a protendersi verso le foglie più alte, pericolosamente in bilico sulle punte dei piedi scalzi, con la grazia di una ballerina e la sicurezza di un operaio su un traliccio: coglieva i gelsi, li racimolava nell’involto della maglietta all’uso delle contadine (scoprendo così anche l’addome) e solo una volta si girò verso il basso, degnandomi di uno sguardo luminoso e di un sorriso estasiante, ben conscia di avermi in pugno.
Pendevo da tutte le sue labbra, e Sonia l’aveva capito fin dall’inizio. Credo, a mia parziale discolpa, che siano comunque stati succubi di lei tutti i maschi che hanno incrociato la sua strada, senza possibilità alcuna di sottrarsi al suo fascino, alla sua seduzione, al suo selvaggio gioco di potere.
Quel primo incontro non riservò altre sorprese. Ben conscia della propria irresistibile forza, Sonia mi lasciò poco dopo, in preda alle mie turbe malcelate, con la promessa di rivederci presto.
Naturalmente, trascorsi tutte le ore che vennero ad attendere quella calamita precipitata dal cielo, col sangue che pompava all’impazzata dal cervello al petto fin giù al membro, e viceversa.
[…] Fine prima parte
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