FERNANDO DI LEO
Due anni fa, il 3 dicembre 2003, moriva Fernando Di Leo. In tempo di celebrazioni, ed essendo ancora freschi i necrologi per Pasolini, mi sembra giusto dare voce al mio essere sempre antagonista, sempre in minoranza, sempre fuori dai discorsi dominanti, dando a mia volta voce ad un personaggio che di celebrazioni ne ha avute ben poche e comunque troppo scarse rispetto al suo reale merito. Questo personaggio, il regista pugliese Fernando Di Leo, probabilmente (ma potrei sbagliare) non ha avuto la caratura intellettuale e il peso di Pasolini, ma disse e fece per il cinema negli anni '60 e ancor di più nei '70 cose non meno importanti, non solo a livello estetico e cinematografico, ma anche a livello di denuncia sociale. Di Leo, introducendo uno stile noir feroce, crudo e affilato, portava sullo schermo un messaggio cinico e pernicioso: non c'è via di scampo, neanche nelle borgate dove Pasolini vedeva invece un rifugio e una salvezza. Emblematici, al riguardo, Brucia ragazzo, brucia e I ragazzi del massacro. Fu però con la scoperta della letteratura non meno anti-salvifica e impietosa di Giorgio Scerbanenco che Di Leo raggiunse il massimo della sua produzione.
Fernando Di Leo (San Fernando di Puglia, 11/01/1932 - Roma, 3/12/2003) con Mario Adorf (1930-)

Del 1972 sono La mala ordina e Milano Calibro 9. Nle primo, affianco a Adorf e Adolfo Celi, recitano Woody Strode e Henry Silva, coppia di cattivissimi unobiancounonero che Quentin Tarantino sfacciatamente riprenderà (anche nella caratterizzazione) in Pulp Fiction. Del resto, Tarantino non ha mai nascosto di avere in Di Leo un maestro putativo ed un esempio costante. Milano calibro 9 fu tratto da un romanzo di Giorgio Scerbanenco, con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet e Gastone Moschin. E' forse l'esempio più alto di cinema noir-poliziottesco degli anni '70: Di Leo fu criticato, osteggiato, bandito e presto dimenticato (anche per la sua produzione erotica). Solo ora se n'è riscoperto il valore assoluto e il messaggio di forte critica alla società borghese. In comune con Pasolini, Di Leo ha avuto almeno questo: che è dovuto morire perché se ne apprezzasse appieno l'opera.
Elmore
UN TEMPO BERLINESE
Escono per Besa due importanti romanzi sul tema del confronto tra le culture, questione attualissima e sempre più opportuna. Si tratta de Il drago d’avorio, dello scrittore albanese Fatos Kongoli, e di Un tempo berlinese dell’algerino Mohamed Magani.
Il drago d’avorio è un racconto autobiografico dalle tinte noir, caratterizzato da un’impronta fortemente esistenzialista, in cui l’autore, in fuga dal regime comunista di Hoxha, narra della sua esperienza nella Cina della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung; un viaggio travagliato e sofferto per l’amore nutrito verso l’enigmatica Sui Lin, ma anche per la privazione della libertà che il regime impone. Un romanzo a metà tra le atmosfere cupe e fumose del dopoguerra e le meraviglie della Cina post-imperiale, scandito dai dolorosi flash-back con cui l’autore, ormai giornalista cinquantenne, alcolizzato e deluso dalla vita, rievoca le speranze e le ansie della gioventù.
Mohamed Magani è un uomo elegante e sorridente, ma ha impiegato tutta la sua vita e i suoi libri per narrare dell’esilio e della guerra. Algerino, esule in Germania, scrittore perseguitato, nessuno meglio di Magani può descrivere le sofferenze personali e collettive che la guerra civile causa. Abbiamo incontrato l’autore per ascoltare la sua voce, un francese dolce ed evocativo.
Lei ha scelto una strada personale, interiore per descrivere l’orrore della guerra e della violenza. Perché?
Il tema del mio romanzo è, se vogliamo, la guerra civile, ma vista attraverso l’esistenza di una persona. La guerra è un dramma collettivo e anche un affare umano. Volevo scrivere un romanzo esistenzialista, non un romanzo giornalistico o storico. La guerra con gli occhi di un uomo. Non è un caso aver preso come modelli non reportage di guerra ma Il sentiero dei nidi di ragno e Un amore degli scrittori italiani Calvino e Buzzati. Per me è questo fare letteratura. Cioè parlare dell’esistenza.
Il romanzo poggia su pilastri fondamentali della vita e della letteratura: il tempo, il viaggio, l’esilio, il conflitto. Che concezione ne ha?
Vedi, non è un caso che la prima parte che visito di una città sia la stazione. Adoro il treno: ho fatto della necessità un amore. Del tempo ho un concetto dilatato, almeno nel romanzo. Dopo 25 anni torno in Algeria ed il tempo, per me, non è trascorso affatto: il tempo contemporaneo è dilatato dal passato. In questo si inseriscono il viaggio di ritorno e il conflitto tra il tempo del protagonista, fermatosi al passato, e quello mutato della realtà, di una terra, l’Algeria, ancora divisa e insanguinata, benché diversa. Ritorna la machine littèraire di Calvino, e il conflitto tra storia personale e storia collettiva. Che poi la letteratura nasce dal conflitto e parla del conflitto.
A proposito di conflitto, la Francia è scossa dalla rivolta degli immigrati nelle banlieue. A cosa può servire la letteratura nel caso di conflitto sociale?
Premetto di essere contrario alla violenza, qualunque essa sia. Ma il governo francese va condannato fermamente per la sua politica di emarginazione. In questo senso, la funzione della letteratura è quella di favorire il dialogo tra le culture, di essere un mezzo di confronto, di fornire la chiave della conoscenza degli altri. Ecco, scriva: è una chiave onorata di apertura.
Elmore Leonard





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