Ancora su Di Leo - Filmografia sintetica
Moriva due anni fa nella sua casa di Roma, dimenticato dai più, il regista pugliese Fernando Di Leo, indiscusso maestro del cinema poliziesco italiano degli anni ’70. Di Leo rappresenta forse il miglior esponente del cinema italiano di serie B, in realtà colto e vitale, che annoverò come autori i vari Fulci, Bava, Castellari, e tra le tematiche, oltre al soggetto erotico, soprattutto quel noir di nostra prima generazione che fu l’archetipo della successiva evoluzione del genere. Non è un caso che i film di Di Leo (in primis Milano Calibro 9) siano stati rispolverati di recente, non senza che Tarantino rimarcasse la sua profonda passione per il cinema italiano del periodo, ed in particolare per Di Leo. Ma sarebbe errato ritenere Di Leo un mero rappresentante del genere poliziesco, oppure gli attuali richiami solo un doveroso revival della sua opera. Di Leo fu un autore tanto essenziale, quanto sottovalutato, non solo per il cinema di genere, ma anche per l’estetica e la filosofia del cinema nel suo complesso. È stato grazie a Di Leo che il cinema noir, nel ’68 ancora sconosciuto a produttori, distributori e gran parte del pubblico, ha trovato ingresso nel panorama nazionale, ricevendo forme, contenuti, etica, significato. Archiviata nientemeno che la co-sceneggiatura di Per un pugno di dollari, Di Leo sceneggiò Gangster ’70 e poi passò alla regia, esordendo con I ragazzi del massacro (1969), una descrizione impietosa e crudele della borgata di città. Ma fu con la trilogia del milieu – Milano calibro 9 (1972), La mala ordina (1972), Il boss (1973) – che Di Leo firmò i suoi capolavori massimi: mai prima d’allora la criminalità aveva visto personaggi tanto umanizzati, vividi e carnali. Attraverso una visione tragica della realtà, dell’ineluttabilità del destino, della vocazione umana alla distruzione (mutuata spesso, insieme alle storie, dai libri di Giorgio Scerbanenco), Di Leo ha dato corpo ad un autentico noir crepuscolare, descrivendo in modo secco e veridico le paludi della società. L’uso esagerato della camera a mano accentuò l’iperrealismo tipico del suo cinema, aggressivo ma ironico, crudele ma sempre distaccato, lirico, politico ed estremo: un cinema che già da allora era cult e si poneva a fondamento di tutto il successivo cinema nero e poliziesco, e soprattutto della rinascita del cinema mondiale di genere con Pulp Fiction. Di Leo fu spesso osteggiato e censurato per i toni troppo violenti e sanguinosi, oppure, nella sua produzione erotica (minore), per le immagini sempre troppo crude ed esplicite; ma prima di tutto Di Leo fu censurato e bandito per la sua violenta poetica antiborghese, per la sua feroce critica alla società conformista e reazionaria. Il declino che il regista conobbe a partire dalla fine degli anni ’70 fu allo stesso tempo il declino del filone poliziesco e di tutto cinema italiano, che entrò nella profonda crisi del decennio seguente.
Di Leo dedicò poi gli ultimi anni della sua vita alla sua prima passione, la scrittura, di cui ci restano un paio di romanzi (Le donne preferiscono le donne e Beati gli ultimi se i primi crepano), suo canto del cigno, e le formidabili sceneggiature del periodo d’oro.
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FERNANDO DI LEO
Due anni fa, il 3 dicembre 2003, moriva Fernando Di Leo. In tempo di celebrazioni, ed essendo ancora freschi i necrologi per Pasolini, mi sembra giusto dare voce al mio essere sempre antagonista, sempre in minoranza, sempre fuori dai discorsi dominanti, dando a mia volta voce ad un personaggio che di celebrazioni ne ha avute ben poche e comunque troppo scarse rispetto al suo reale merito. Questo personaggio, il regista pugliese Fernando Di Leo, probabilmente (ma potrei sbagliare) non ha avuto la caratura intellettuale e il peso di Pasolini, ma disse e fece per il cinema negli anni '60 e ancor di più nei '70 cose non meno importanti, non solo a livello estetico e cinematografico, ma anche a livello di denuncia sociale. Di Leo, introducendo uno stile noir feroce, crudo e affilato, portava sullo schermo un messaggio cinico e pernicioso: non c'è via di scampo, neanche nelle borgate dove Pasolini vedeva invece un rifugio e una salvezza. Emblematici, al riguardo, Brucia ragazzo, brucia e I ragazzi del massacro. Fu però con la scoperta della letteratura non meno anti-salvifica e impietosa di Giorgio Scerbanenco che Di Leo raggiunse il massimo della sua produzione.
Fernando Di Leo (San Fernando di Puglia, 11/01/1932 - Roma, 3/12/2003) con Mario Adorf (1930-)

Del 1972 sono La mala ordina e Milano Calibro 9. Nle primo, affianco a Adorf e Adolfo Celi, recitano Woody Strode e Henry Silva, coppia di cattivissimi unobiancounonero che Quentin Tarantino sfacciatamente riprenderà (anche nella caratterizzazione) in Pulp Fiction. Del resto, Tarantino non ha mai nascosto di avere in Di Leo un maestro putativo ed un esempio costante. Milano calibro 9 fu tratto da un romanzo di Giorgio Scerbanenco, con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet e Gastone Moschin. E' forse l'esempio più alto di cinema noir-poliziottesco degli anni '70: Di Leo fu criticato, osteggiato, bandito e presto dimenticato (anche per la sua produzione erotica). Solo ora se n'è riscoperto il valore assoluto e il messaggio di forte critica alla società borghese. In comune con Pasolini, Di Leo ha avuto almeno questo: che è dovuto morire perché se ne apprezzasse appieno l'opera.
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UN TEMPO BERLINESE
Escono per Besa due importanti romanzi sul tema del confronto tra le culture, questione attualissima e sempre più opportuna. Si tratta de Il drago d’avorio, dello scrittore albanese Fatos Kongoli, e di Un tempo berlinese dell’algerino Mohamed Magani.
Il drago d’avorio è un racconto autobiografico dalle tinte noir, caratterizzato da un’impronta fortemente esistenzialista, in cui l’autore, in fuga dal regime comunista di Hoxha, narra della sua esperienza nella Cina della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung; un viaggio travagliato e sofferto per l’amore nutrito verso l’enigmatica Sui Lin, ma anche per la privazione della libertà che il regime impone. Un romanzo a metà tra le atmosfere cupe e fumose del dopoguerra e le meraviglie della Cina post-imperiale, scandito dai dolorosi flash-back con cui l’autore, ormai giornalista cinquantenne, alcolizzato e deluso dalla vita, rievoca le speranze e le ansie della gioventù.
Mohamed Magani è un uomo elegante e sorridente, ma ha impiegato tutta la sua vita e i suoi libri per narrare dell’esilio e della guerra. Algerino, esule in Germania, scrittore perseguitato, nessuno meglio di Magani può descrivere le sofferenze personali e collettive che la guerra civile causa. Abbiamo incontrato l’autore per ascoltare la sua voce, un francese dolce ed evocativo.
Lei ha scelto una strada personale, interiore per descrivere l’orrore della guerra e della violenza. Perché?
Il tema del mio romanzo è, se vogliamo, la guerra civile, ma vista attraverso l’esistenza di una persona. La guerra è un dramma collettivo e anche un affare umano. Volevo scrivere un romanzo esistenzialista, non un romanzo giornalistico o storico. La guerra con gli occhi di un uomo. Non è un caso aver preso come modelli non reportage di guerra ma Il sentiero dei nidi di ragno e Un amore degli scrittori italiani Calvino e Buzzati. Per me è questo fare letteratura. Cioè parlare dell’esistenza.
Il romanzo poggia su pilastri fondamentali della vita e della letteratura: il tempo, il viaggio, l’esilio, il conflitto. Che concezione ne ha?
Vedi, non è un caso che la prima parte che visito di una città sia la stazione. Adoro il treno: ho fatto della necessità un amore. Del tempo ho un concetto dilatato, almeno nel romanzo. Dopo 25 anni torno in Algeria ed il tempo, per me, non è trascorso affatto: il tempo contemporaneo è dilatato dal passato. In questo si inseriscono il viaggio di ritorno e il conflitto tra il tempo del protagonista, fermatosi al passato, e quello mutato della realtà, di una terra, l’Algeria, ancora divisa e insanguinata, benché diversa. Ritorna la machine littèraire di Calvino, e il conflitto tra storia personale e storia collettiva. Che poi la letteratura nasce dal conflitto e parla del conflitto.
A proposito di conflitto, la Francia è scossa dalla rivolta degli immigrati nelle banlieue. A cosa può servire la letteratura nel caso di conflitto sociale?
Premetto di essere contrario alla violenza, qualunque essa sia. Ma il governo francese va condannato fermamente per la sua politica di emarginazione. In questo senso, la funzione della letteratura è quella di favorire il dialogo tra le culture, di essere un mezzo di confronto, di fornire la chiave della conoscenza degli altri. Ecco, scriva: è una chiave onorata di apertura.
Elmore Leonard





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