L'uomo, il musicista, la leggenda

nato il 29/8/1920 (lo stesso anno di Elmore)
a Kansas City, morto il 12/3/1955 a New York.
Un racconto di Vincenzo Cerami
LA VERITÀ DEL BENZINAIO
In fretta, in fretta, maledetto traffico, non vorrei arrivare tardi alla mia prima udienza da tirocinante. La nuova Cinquecento Fiat, per quanto piccola e rossa, non è sufficientemente agile da poter sgusciare affianco a berline di grossa cilindrata e autobus stracarichi di studenti dal volto triste. Non quanto un ciclomotore, comunque, e anche se lo facessi rischierei minimo di intasare il già congestionato traffico, oppure di essere linciato. Quindi, in coda ad ammuffire, sognando Un giorno di ordinaria follia, recitato da protagonista, uscire dall’auto e ammazzare qualcuno. Ma in aula ci devo arrivare da legale, non in ceppi, quindi mi trattengo, serro i finestrini per evitare quanto più possibile lo smog e i clacson, accendo la radio e cerco di distendermi. Un clamoroso, inaspettato colpo radiofonico di fortuna mi fa beccare la frequenza giusta. È lei, Lady Ella, che danza cheek to cheek con Louis Armstrong. Non posso sperare di meglio. Mi abbandono sul sedile, dimentico il traffico, non mi curo del fatto di sbagliare strada. Lady Ella può tutto.
Il tribunale di G. si profila al mio orizzonte dopo mezz’ora. Parcheggio, scendo. La giacca mi sta già soffocando, non è giornata da tweed, ancora, nonostante il freddo dell’ultima settimana. Maledico le impressioni dell’alba, prendo la borsa, chiudo ed entro.
Subito un uomo mi indirizza al primo piano, neanche il tempo di chiedergli l’ubicazione dell’aula civile. Primo piano, secco, indicato con un dito imperioso ed inequivoco. Altro che inefficienza della giustizia italiana. Fossero tutti svelti e puntuali come il vecchio portiere qui, non ci sarebbe necessità di riforme delle prescrizioni e dell’ordinamento giudiziario…
Sopra, atrio deserto. Unica presenza, una ragazza dai lineamenti aquilini e dallo sguardo serio e asettico. Vorrebbe sembrare una navigata avvocatessa. Si vede da lontano che è una come me, appartenente alla stessa famiglia del Praticans Reclinus, con la differenza che lei scodinzola dietro un avvocato (si sa), tace, è costretta a fingere di studiare fascicoli. Io no. Non faccio da strascico al dominus, non ho fascicoli da studiare e soffro di una terribile forma di logorrea acuta. Per questo, le chiedo dove sia l’aula delle udienze civili. Da vicino è meno carina di quanto potessi generosamente supporre. Mi indica l’aula alla mia destra, è quella, risponde con aria di ovvietà. Passo sopra la sua austera boria e decido di essere simpatico. Le dico: Ah, nell’aula di udienza penale. Quasi a intendere: la solita disorganizzazione dei pubblici uffici, sorridi. Non comprende l’umorismo. Replica acida, ma l’ho già rimossa, mi allontano, vado verso l’aula. Dentro, un altro esemplare femminile della specie praticans è china sopra carte di natura processuale. Domando, mi rassicura, l’udienza civile del giudice B. è là. Esco rinfrancato, rientro, cerco anch’io dei fascicoli per impiegarmi il tempo, non ce ne sono: bisogna aspettare la cancelliera.
Nella seguente mezz’ora cazzeggio: l’atrio scialbo e grigio, l’aula monotona non offrono alcuno svago. Quando la simil-praticante acida si alza per sgranchirsi le gambe e va alla finestra, noto con piacere che qualcosa di buono ce l’ha: e non è nello spirito, né davanti. La crudeltà di Madre Natura spesso si rivela negli scherzi che fa alle creature: come ad esempio dare un culo meraviglioso a una bambolina ispida e altera.
Nella seguente mezz’ora di cazzeggio, la flotta di avvocati piomba nell’atrio armata di ventiquattr’ore, tirocinanti e qualche cliente, visibilmente casalinghe e pensionati con l’intenzione di seguire i rispettivi processi. Il brulicare di legulei che bisbigliano, accennano, scartabellano, pullulano e consultano carte sa molto di flagello divino, di invasione di locuste spedite a piagare l’ambiente. La conferma arriva non appena entra in aula il giudice.
Non lo riconosci perché ha la toga: è un giudice monocratico civile. Non per un portamento solenne o per qualche attributo somatico: cammina normalmente e non differisce particolarmente dagli altri animali forensi. Non si distingue dagli altri nemmeno per avere un’aura sulla testa oppure segni e simboli del potere, quali martelli, scettri, incensi, ecc.
Il giudice è un uomo in giacca e camicia come tutti gli altri, ma senza cravatta, non troppo alto, fisionomia affatto comune.
Il giudice lo riconosci perché, al suo ingresso, le locuste smettono di ronzare anarchiche e ritornano ad essere vespaio, flotta, sciame incombente. Il giudice calamita attorno a sé la massa di individui fascicolati, che coagulano mielosi attorno all’autorità, lasciandogli appena lo spazio per raggiungere a fatica il suo banco. Tanta la calca, che non riesco a distinguere il volto del giudice, e a malapena leggo la frase La legge è uguale per tutti, che coperta da teste e mani diventa La legge è uguale per tu! oppure La l è per tutti (o lutti).
Nel frattempo incrocio l’avvocato della controparte, un vecchio con lo sguardo a forchetta, sessant’anni di carriera e una logorrea peggiore della mia, anch’egli dotato di femmina amanuense cui detta ogni guizzo che gli viene a mente. Il tale per prima cosa mi frega il fascicolo faticosamente conquistato, nella ressa, dalla cancelliera che distribuiva. Poi inizia a dettare il verbale, includendo il mio nome preceduto da un titolo che non mi appartiene. Per giunta parla tanto da non lasciarmi il tempo di spiegargli la mia mancanza di abilitazione. E sia.
La confusione aumenta. Le parti iniziano a discutere le cause davanti al giudice secondo un ordine ben preciso: parla per primo chi sta nella posizione più conveniente, oppure chi ha la voce più grossa. In barba al foglio affisso alla porta, su cui a caratteri cubitali sta scritto: le cause saranno discusse in ordine di ruolo. Ingenuamente allora mi chiedo: cos’è il ruolo? Cioè, che funzione ha? Mi rendo subito conto di quanto la domanda sia oziosa e mi rituffo nella babele di uomini che sbracciano, voci che urlano, praticanti indefessi che verbalizzano.
Poco più tardi, arriva a salvarmi un collega del mio dominus. Non sono solo su questo mondo. Mi consulto, da vero professionista. Iniziamo a scrivere anche noi sul fascicolo inutili boiate che il giudice non leggerà mai. L’avvocato collega (qua si chiamano tutti colleghi, salvo poi non perdere occasione per insultarsi) mi scrocca il telefono per chiamare il dominus, cui esporre l’andamento dei fatti. La causa è piuttosto lunga e complicata, tanto che le parti processuali non sono due ma tre. Loro contro noi, che ci appoggiamo alle memorie difensive di quegli altri, che nel frattempo sono arrivati: un altro vecchio notabile e il suo praticante domestico che avrà la mia età e uno sguardo allucinato, perso nel vuoto.
Quando tocca a noi, la mattinata è già volata via in chiacchiere e parapiglia verbali, il giudice sbadiglia, la cancelliera sembra mummificata nella sua posizione di tre ore fa, con la mano a sorreggere il mento e il cappotto poggiato sulle spalle. Non si è mossa. L’aula è sfoltita, rimaniamo noi e pochi altri. Ci ammassiamo davanti al giudice, inizia la discussione.
[omissis]
Dopo dieci minuti che ricordano più o meno una concitata chiacchiera da bar in cui due contendenti, con i rispettivi agguerritissimi fiancheggiatori, cercano di accaparrarsi l’autorevole parere di un terzo (di solito nauseantemente imparziale ed equidistante), dopo dieci di questi scarsi, deludenti minuti la causa è già bella e discussa, il giudice conferma che il processo è interrotto, anzi era interrotto e i legali dovevano saperlo ma sia!, non lo sapevano, ora lo sanno, e dunque tutti a casa, scontenti e soddisfatti, strette reciproche di mano, ci si rivede fra due, forse tre mesi per un altro inutile battibecco a diluire il brodo e allontanare le attese dei praticans, perennemente alla ricerca del processo perduto o mai conosciuto.
Per strada, al ritorno, fumo una sigaretta che non ricordo di avere e che scivola sul brontolio del caffé mattutino nello stomaco, roso dall’appetito.
Mi fermo per mettere benzina. Alla stazione, scendo a sgranchire e allungo una banconota al gestore. Quello vede il codice sul sedile, la borsa niente affatto di pelle e la giacca gettata dietro. Gli scappa una smorfia benevola.
- Praticante, eh? – fa. Il serbatoio ingoia sei litri di verde.
Sorrido anch’io, di una fierezza piuttosto ironica.
- Si vede dal codice o dalla giacca stropicciata? – chiedo a mia volta, cercando complicità senza rinunciare ad un minimo di ostentazione.
- No, perché hai messo otto euro – dice icastico.
Nel dubbio se fingere di incazzarmi o lasciarmi compatire, risalgo in auto e torno a casa. La sentenza, oggi, l’ha data il benzinaio.
(Elmore Leonard)
Università di Lecce forever
BANDIERA BIANCA
Non ho idea di quello che le televisioni locali abbiano passato nei rispettivi servizi sulla presentazione del suo ultimo film Musikanten, che Franco Battiato ha tenuto all’Università di Lecce, presso il centro Ecotekne, il 24 novembre. Personalmente, da cineamatore molto dilettante, ero presente con la mia piccola videocamera, emozionato all’idea di seguire e riprendere il discorso del maestro intorno alla musica e al suo lavoro cinematografico, di fronte ad una platea colma di studenti. In realtà, il filmato che ora mi ritrovo tra le mani è la penosa testimonianza dell’ennesima, tragica disfunzione della tanto osannata e pubblicizzata università leccese, che – nonostante la crescita di iscrizioni e di attenzione anche internazionale – riesce ancora a farsi notare per i disservizi e le pessime impressioni destate nei suoi fruitori e negli occasionali ospiti.
Il fatto. Un cielo pomeridiano degno dei Fleurs fa da sfondo all’ingresso in un uditorio pieno di ragazzi frementi. Quando entra il maestro, l’applauso è spontaneo e scrosciante. Le telecamere, intanto, riprendono. Dopo le solite, dovute premesse di assessori, sindaci e musicologi vari (che per fortuna sanno di essere istituzionalmente noiosi e che il pubblico non è lì per loro), prende la parola Franco Battiato. È un uomo imponente, oltre che carismatico, e dunque l’attenzione significa immediato, religioso silenzio. Battiato sfrutta i seguenti quindici minuti per raccontare l’esilarante aneddoto della presentazione dello stesso film a New York. Il pubblico ride, ogni tanto applaude, senza esagerare. Sul grande schermo alle spalle della cattedra da cui Battiato parla, appare la schermata iniziale del film. Ci è voluto un po’, i tecnici hanno cambiato il portatile che dovrebbe leggere e trasmettere la pellicola (ovvero il dvd). Prime avvisaglie di un problema tecnico. Nel frattempo, Battiato conclude il suo racconto e si rivolge verso la sinistra, dove un paio di persone cercano disperatamente di far funzionare il computer. È probabilmente in quel momento che il cantautore/regista e la maggior parte della sala si accorgono della sorpresa: l’ascolto del film è affidato a due minuscole casse portatili, il che non solo stride, ma è addirittura ridicolo se si considera l’ampiezza dell’aula e il fatto che siamo praticamente alla “prima” di un film presentato a Venezia, con il regista in sala. Non ci vuole molto perché la grottesca situazione esploda, mettendo in ridicolo quegli stessi amministratori che mezz’ora prima avevano decantato le lodi dell’evento, e che ora declinano colpe e responsabilità. Battiato sorride con aplomb, ma è chiaro che condivide la stessa rabbia diffusa in platea. “Eh no, - dice mentre uno cerca di migliorare l’audio avvicinando un microfono (!) alle casse – su questo film c’è un lavoro lungo e importante sul sonoro, non può essere ascoltato così”. Che figura.
Gli studenti fischiano ancora, il caos cresce nell’imbarazzo degli organizzatori. Il film, unica certezza, non sarà più proiettato.
Torno a casa e rivedo il filmato. Un’immagine vista altre volte durante i miei anni di università. Ma adesso non sono più sicuro di poter dire: un’occasione sprecata. Si tratta, più che altro, della solita, endemica deficienza strutturale e organizzativa dell’ateneo salentino.
Elmoreleonardmichigan
DO YOU REMEMBER SAN GIULIANO?
Oggi diecimila studenti partecipano alla giornata per la sicurezza nelle scuole con il patrocinio della Presidenza della Repubblica. L'allarme nelle indagini
Metà delle aule senza controlli
ma la manovra taglia sulla sicurezza
di SALVO INTRAVAIA
"Case per tutti"? Per dare un tetto sicuro alle scuole in Finanziaria non c'è un solo euro. Oggi, diecimila studenti sono mobilitati per la terza Giornata nazionale della sicurezza nelle scuole ma, a dispetto della grande campagna pubblicitaria avviata da mesi, l'edilizia scolastica langue e non sembrano esserci troppe speranze.
Lo ha ripetuto in commissione Cultura alla Camera, Alba Sasso (Ds). "Per l'adeguamento e la messa a norma della situazione dell'edilizia scolastica italiana nel disegno di legge finanziaria non si sa che fine abbia fatto lo stanziamento annuo di 31 milioni di euro per il finanziamento dei mutui". La parlamentare osserva, inoltre, che "non è stato ancora emanato il decreto ministeriale per la ripartizione dei mutui relativi all'annualità 2005, facendo presente che il relativo decreto per il 2004 risale al 30 ottobre 2003".
Ma ormai siamo all'emergnza e gli allarmi nei dossier sullo stato dei 40 mila edifici scolastici italiani non si contano più. Legambiente, Cittadinanzattiva, l'Flc Cgil e lo stesso ministero dell'Istruzione danno un quadro a tinte fosche con mille pericoli per le oltre 10 milioni di persone (alunni, insegnanti e non docenti) che frequentano ogni giorno la scuola. Basti citare, solo a titolo di esempio, che metà delle scuole non è ancora in possesso delle più elementari certificazioni (di Idoneità statica, Agibilità igienica e Prevenzione incendi) alla base di qualsiasi discorso sulla sicurezza.
Ma oggi si celebrerà la Giornata realizzata da Cittadinanzattiva in collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile e il Gruppo di Frascati per la responsabilità sociale d'impresa, sotto l'alto patronato della Presidenza della Repubblica. L'iniziativa si colloca al centro della campagna Imparare Sicuri alla quale hanno aderito 10 mila scuole. Per sensibilizzare al tema della sicurezza durante le ore di lezione ai ragazzi dai 12 ai 18 anni verrà distribuita la guida multimediale "La scuola di sicurezza", ai più piccoli la guida cartacea e altro materiale fornito dalla Protezione Civile.
Fonte: Repubblica.it
FALLUJA - Estratto
La città censurata. Sono pericolose le informazioni che escono da Falluja. I pochi giornalisti che hanno cercato di diffonderle ne sanno qualcosa. Wa’el Issam di Al Arabiya è stato arrestato dalla polizia irachena all’aeroporto di Baghdad il 28 marzo 2005 mentre usciva dalla città con alcune videocassette, che gli sono state sequestrate. È stato rilasciato su cauzione l’11 aprile ma non può ancora lasciare il Paese. Il suo collega Abd el-Qader as-Saadi è stato arrestato durante l’operazione di novembre, come Buhran Fa’sa, l’operatore di Lbc, che denuncia di essere stato picchiato perché i Marines «erano arrabbiati con i network televisivi come Al Jazeera». Gli hanno portato via «la telecamera e tutto l’equipaggiamento». Mark Manning era il solo giornalista indipendente americano a Falluja a novembre, oltre a Dahr Jamail. Ha girato un documentario, ma tutte le cassette gli sono state rubate in una stanza d’albergo di Los Angeles.
In Iraq l’informazione è assediata su tutti i fronti. Giuliana Sgrena è stata rapita a Baghdad proprio mentre realizzava per il manifesto un’inchiesta sugli sfollati di Falluja. Ad Amman abbiamo incontrato Justin Alexander, giovane cooperante inglese che a Baghdad incrociò la storia di Enzo Baldoni, il nostro collaboratore ucciso in Iraq il 26 agosto dell’anno scorso. Nelle ultime settimane stava lavorando anche su Falluja, poi un amico fidato iracheno lo ha avvertito che il suo nome compariva in una lista diffusa dal sanguinario gruppo armato Ansar al-Sunna, che avrebbe pagato bene chi glielo avesse consegnato. Anche Baldoni era entrato a Falluja pochi giorni prima dell’ultimo viaggio a Najaf.
All’ottavo giorno di battaglia, l’alto commissario Onu per i diritti umani Louise Arbour dettò un duro comunicato: «Tutte le violazioni dei diritti umani – inclusi attacchi intenzionali a obiettivi a civili, attacchi indiscriminati o sproporzionati e uso di scudi umani – dovranno essere indagate e i responsabili di tali violazioni saranno portati in giudizio, siano essi membri della forza multinazionale o insorgenti». Alla sessione Onu sui diritti umani dell’aprile scorso a Ginevra, però, non ne ha voluto parlare nessuno. La storia di come venne esportata la democrazia a Falluja non deve essere raccontata.
Elmore Leonard. Fonte: Diario e altre pagine su web di informazione bellica indipendente
Il settimo capitolo su venti scritti di un romanzo che non terminerò mai
7. RAGTIME
Faceva così freddo che pensò a Summertime di Gerswin suonata da Chet Baker, anche se l’aria di quel mattino si intonava più con la voce di Janis Joplin. Ed era tempo di farsi un buon caffé, e di capirci qualcosa su questa storia. Valerio prese la sua vecchia Leika e andò ad infilarsi di filata nel bar di Lino, per una colazione con quattro chiacchiere di conforto. Ordinò un espresso, una spremuta e una brioche, che divorò, e poi ne prese un’altra perché non metteva qualcosa sotto i denti da secoli. Lino passava lo straccio distratto, poi decise di attaccar bottone, anche se Valerio lo prevenne dicendogli di non fare domande sui lividi e l’aria pesta, che non c’era verso che gli andasse di parlarne. Dopo un secondo, Lino riprese.
- Bella fame, campione. Da alcol scommetto.
- Anche. L’avevo già smaltito, veramente, ma non ho cenato.
- Allora serata di femmine, dai – ammiccò il barista.
- In un certo senso – disse Valerio portando il bicchiere alla bocca.
- Come sarebbe in un certo senso? O sono femmine, oppure no.
- Ti scoccerebbe se fosse una via di mezzo?
Lino ebbe un attimo di esitazione, ingollò e fece finta di nulla.
- Nessun problema. I gusti sono tuoi.
Valerio lo squadrò divertito.
- Niente vie di mezzo, tranquillo. C’era una mignoletta niente male che voleva succhiarmelo nel bagno del Monk, sai, il locale di jazz dalle parti dell’Accademia.
- E com’era la tipa?
- Proprio niente male. Una bella rossiccia tutta pepe e con un culo da cartolina.
- Le fiche così capitano sempre agli altri – disse Lino in tono scettico.
- Libero di non credermi, amico.
- Magari dopo l’hai pure scacciata dicendole di filare, che aveva fatto il suo dovere, roba simile.
- Ad essere sincero, l’ho mandata via prima.
Il barista scoppiò in una risata. Valerio sorrise di rimando. Già, era curioso.
- Non ci credi?
- Ma vaffanculo, va! Dove mai s’è visto, rifiutare un lavoretto. Che smargiassata.
- Pensa che diavolo vuoi, a me non andava.
- Guarda Bennet, uno può essere pure malconcio e svogliato, ma se ti si offre il vitaminico, la tisana, con che coraggio rifiuti? Ti tira su in un batter d’occhio.
- Senti, bella metafora, ma non m’andava – disse Valerio quasi seccato.
- Va bene, non ti scaldare. Però mi sembra strano.
- Non è strano. Può succedere.
- Io non rifiuterei mai – disse Lino.
- Siamo diversi, che ci vuoi fare? Sai quante ne incontro, di tipe così?
- Ecco, lo vedi che sei un ammazzasette? Il Capitan Fracassa di quartiere.
- In questo momento ti farei una foto. Anzi te la faccio. – E scattò, così come si trovava.
- A farne che?
- La mando a un giornale, no? Una di quelle riviste patinate da parrucchiere, del genere Chi, o Vogue. Un bel reportage fotografico sui baristi invidiosi, hai presente?
- Paga il conto, mammola, e poi ti dico io che fartene della tua macchina fotografica.
- Tieni il resto, Lino.
Lino passò distrattamente lo straccio sul banco. – Dieci centesimi, ti sei sprecato.
- Allora me li riprendo, a corto come sto tu fai lo schizzinoso. Ci vediamo.
- Si, ci vediamo stasera al Monk – disse mentre Valerio usciva, e poi scoppiò di nuovo in quella sua grossa risata.
Con gli spiccioli rimasti in tasca, Valerio comprò un paio di quotidiani e se ne andò a sedersi in Piazza Verdi, a leggere i giornali e guardare le signore che andavano a fare la spesa, e gli studenti dei licei che cominciavano la settimana segando le lezioni, e le universitarie sedute a spettegolare con i libri sulle gambe per darsi un contegno. Lesse le prime pagine nazionali, col solito drammone politico del governo che combinava disastri, l’economia in crisi, poi guardò il cielo tutto sommato sgombro e pensò: se c’è recessione, se ne sta nascosta da qualche parte, in agguato. Al diavolo. La cronaca del quotidiano locale offriva le solite sparate su furti, rapine, latitanti e improvvisi raptus di follia ampiamente preannunciata di padri di famiglia che avevano varcato la sottile linea rossa. Dell’omicidio di Daniele Alfieri, ovviamente, ancora nulla, ma l’edizione serale non avrebbe mancato di tessere colonne su colonne di ipotesi, scoop, congetture, nonché di scavare (non troppo) nella vita privata del morto. Lo avrebbero dipinto come un ragazzo per bene, figlio per bene di famiglia bene, con un buon passato e soprattutto un buon futuro, e con l’immancabile domanda di corredo che la circostanza imponeva: Ma perché lui? Chi ucciderebbe mai un giovane per bene come Daniele Alfieri? E giù sproloqui sull’efferatezza del crimine che sconvolge la città, la famiglia, la morale, la fiducia nelle istituzioni, ecc. Come se trovarsi un figlio ammazzato non fosse tragico in sé, ma perché turba un ordine che si credeva inviolabile. Come se la morte avesse diritto a portar via chi vuole, tranne i propri cari: ovvero gli altri. Come se l’assassinio non fosse una pratica umana tanto brutale quanto inveterata.
Che ipocrisie, pensò Valerio, meditando in questi termini e continuando a scorrere il giornale. Diede una lettura sommaria ad altri fatti di cronaca nera, e per ultimo fu attirato da un trafiletto minuscolo sulla morte di una giovanissima donna, una prostituta. Eh già, disse Valerio tra sé dopo aver dato una sbirciata all’articolo, per una puttana, morta solo pochi giorni prima, era prossima l’archiviazione. Per Alfieri invece, come minimo avrebbero fatto un putiferio. In fondo, nulla di sconcertante. Chi vuoi che si interessasse a quella povera diseredata? La magistratura non più di tanto, certo. Indagare è un conto, ma dispiegare uomini e mezzi costa, specie se quella andava strafatta. Cazzi suoi, no? Anche il più coscienzioso dei magistrati avrebbe dovuto arrendersi di fronte ai fatti: mica è colpa del giudice se la società permette che una donna venga sfruttata, malmenata, violentata. Bisognava trovare chi l’aveva ridotta così, forse. Il che equivale a dire decine di uomini sconosciuti e maledetti, probabilmente mariti e padri di famiglia. Proprio un bel lavoro. L’avrebbe chiesto, Valerio, al sostituto, la prossima volta che l’avesse incontrato: Senta, dottor Mezzanotte, ho una curiosità, ma poi li andate a cercare veramente quelli che hanno seviziato la prostituta, sa, quella morta di overdose? E quello gli avrebbe risposto, come no, certo che li cerchiamo i colpevoli, ma lei quali colpevoli cerca? Quelli che l’hanno costretta a prostituirsi? O quelli che l’hanno comprata per sfruttarla? Anzi no: che ne dice di braccare tutti i clienti che hanno abusato di lei per un paio di banconote, gettate con sprezzo sul suo corpo devastato? Da chi vuole che cominciamo?
Ecco cosa gli avrebbe risposto, e non ci sarebbe stato affatto da dargli torto.
Con molta amarezza, ripiegò il giornale e lo mise sotto la testa, prima di stendersi sul duro della panchina. Il freddo non gli fece effetto. Stette così per oltre mezz’oretta, riflettendo ancora sugli ultimi avvenimenti, con disgusto. Ad un certo punto si tirò su, mise il giornale in tasca, la macchina sempre appesa a tracolla, la Leika fida più di tutto, passò dal fornaio per comprare del pane e si ricordò di non avere un soldo. Merda, disse. Doveva ingegnarsi. O contrarre debiti, chiedere prestiti. O mendicare il pranzo. O saltarlo. Si, meglio così, tanto non aveva neppure fame. Fu col pensiero della Giù che si incamminò nella sua solita direzione: quella decisa dall’istinto, dalle gambe, dall’ispirazione.
Poi decise dove andare.
Casa dell’apostolo Cris era, per dirla con la migliore parola possibile, un buco. Poteva essere nient’altro che una tana sempre immersa nel sudiciume e nella confusione il luogo dove la cricca trascorreva le giornate. Cris abitava ufficialmente con un altro mezzo pazzoide che occupava il tempo e il cervello di fronte a tutto ciò che riguardasse un computer. Questo elemento, un greco di nome Costas, aveva scoperto vari modi piuttosto redditizi di sfruttare l’elettronica, non del tutto leciti, tra cui copiare software o clonare schede di telefoni cellulari e abbonamenti satellitari. Ma più spesso, come la buona parte degli individui che soffrono di disturbi da ipertecnologia, utilizzava le ore e le risorse fisiche e mentali per un’attività che di remunerativo non aveva nulla, ma in quanto a soddisfazioni batteva qualunque genere di affare: ovvero, penetrare nei sistemi informatici protetti, creare e inviare virus, installare malware nei computer di chiunque gli capitasse a tiro. Il tipo, Costas, aveva una personale filosofia, come gli altri dopotutto, secondo cui quando un sistema non può essere abbattuto, va perlomeno minato. Anche se è il sistema dentro cui lavori, che ti dà da vivere. Soprattutto se lo è. Costas credeva che fosse un dovere etico, una specie di codice deontologico di ogni rispettabile pirata, aggredire i sistemi informatici e violare le leggi, particolarmente quelle tese a garantire il rispetto di quella assurdità chiamata privacy. Per chiarire, lui alla privacy ci credeva. Ma proprio per questo riteneva che le istituzioni, con la scusa di garantire la riservatezza, accumulassero dati e informazioni sui cittadini, allo scopo di spiarli. Ossia: un mezzo subdolo perché il potere controllasse la vita di tutti, anche per il tramite di banche-dati e sistemi informatici. Con questo presupposto, violare le banche-dati era come fornire una spavalda prova della fallibilità del potere e dei suoi strumenti. Come a dire: siete voi controllori ad essere controllati. Siete voi detentori della forza a tremare perché un pirata sconosciuto semina il panico nel vostro apparato.
I bersagli preferiti di Costas, al tempo stesso i più difficili da eludere, erano gli istituti di credito e le banche. Una volta Costas aveva detto a Valerio e Cris che avrebbe potuto, senza sforzi ma con un certo rischio, entrare nella superprotetta contabilità informatica di una banca e prelevare denaro. Il gioco sarebbe stato tuttavia pericoloso, perché c’era il problema di girare il denaro presso un altro conto corrente, e poi ancora fino a far perdere le tracce, o sperare che queste si perdessero. Ma i soldi non gli interessavano. Non per paura, tanto anche così, se l’avessero beccato, avrebbe passato una caterva di guai. Semplicemente il denaro non lo attraeva, e non mancava di dimostrarlo durante la quotidianità trascorsa al riparo da qualunque forma di tentazione economica e materiale.
Il movente vitale di Costas era ottimo, dunque, perché gli altri tre, Valerio, Luko e Cris, lo rispettassero e considerassero Costas come un membro della confraternita, sebbene non fosse un pugile e anzi odiasse la lotta al punto di lasciarsi crescere la pancetta solo per protesta (così diceva). In realtà, il rigonfiamento del ventre deponeva per una versione diversa dei fatti, una versione che vedeva scorrere fiumi di birra in ogni frangente delle loro moleste serate.
Fu proprio Costas, in maglietta nonostante il freddo pungente, ad aprire la porta a Valerio.
- Oh! Malaka Bennet! Entra. – lo apostrofò.
Dietro gli occhiali sporchi, gli occhi lucidi e stanchi di Costas avevano la forma rettangolare del monitor.
- A chi stai rompendo il cazzo oggi, Greco?
- Vieni, vieni, Bennet, ti fo vedere una cosa eccezionale – disse Costas.
- Senti – disse Valerio seguendolo in casa – passi che mi chiami stronzo, passi pure che mi chiami per cognome; ma devi per forza parlare toscano?
- Solo con te, Bennet. Ouzo?
- Ouzo, cominciamo bene. Sono a digiuno, Greco.
- Allora ci aggiungo un po’ d’acqua, bene? – Costas concludeva la frase domandando: bene?
- Eh già, con l’acqua mi passa l’appetito…
- Ah, ah! – rise Costas – Voi italiani avete spirito. No, l’appetito resta, però non ti brucia lo stomaco delicato.
- Voi italiani? Ma se sono dieci anni che sei in Italia!
- Ho il cuore greco, la pelle greca, lo spirito greco, bene?
- Bene. Soprattutto lo spirito, ne è rimasta mezza bottiglia ed è pieno giorno.
- Malaka Bennet, da quand’è che hai scrupoli sul bere?
- Da domani, Greco. Versa.
Riempirono i bicchieri e sedettero alla scrivania, che poi era anche il tavolo da studio di Cris, nonché la mensa d’occasione per i panini alle acciughe di Costas. Dopo una sorsata Valerio comprese come mai Costas fosse a maniche corte.
- Vedi – riprese Costas dopo un breve silenzio – ho creato un programma che genera una serie indefinita di algoritmi alfanumerici. Questi algoritmi possono essere intromessi al posto dei codici segreti o delle chiavi d’accesso di un sistema, per esempio una qualunque rete telematica, anche domestica.
- Ti seguo. Ma come fai a intrometterti?
- Questa è la parte migliore del programma. Ascolta: un sistema, a meno che non sia già in funzione, ha bisogno di essere acceso, no? Vale per qualunque computer, bene?
- Si.
- Metti che sia spento. Quando viene acceso, dopo pochi secondi dovrebbe connettersi alla rete telefonica, cioè a Internet, vero?
- Non sempre.
- Non sempre, ma nel 95% dei casi lo fa automaticamente, tramite la connessione DSL. Nell’attimo in cui la scheda tenta di allacciarsi al server, il software - che è piccolo e pressoché invisibile – si aggancia ai file di sistema attraverso il modem, si installa e inizia a funzionare contemporaneamente da spia e da generatore di chiavi.
- Sembra geniale – disse Valerio.
- Lo è – rispose Costas eccitato.
- Com’è che nessuno ci ha mai pensato?
- E io che ne so? Magari lo hanno fatto, ma questo è straordinario, perché invece di spiare le chiavi d’accesso, cioè le password, ne sostituisce delle nuove. Capito? Così, quando qualcuno andrà a bloccare o sbloccare il sistema, non potrà mai più farlo, perché intanto io ci ho messo un mio codice.
- Costas, una domanda: che cazzo te ne fai di un sistema dopo che l’hai criptato e bloccato tu stesso?
- Boh. Niente – disse il Greco.
- Come niente?
- Non ci ho pensato.
- È la prima invenzione geniale senza utilità nella storia dell’umanità.
- Anche Leonardo, quello del Codice, era un genio incompreso.
- Se dici un’altra fesseria del genere ti ammazzo.
- Vorresti sostenere che Leonardo non fosse un genio incompreso?
- Si, ma non era quello del Codice, innanzitutto. E poi non venire a farmi lezioni di storia.
- Che hai fatto al labbro, Bennet? Voialtri non vi stancate di scambiarvi pugni?
- Voi greci siete bravi a cambiare discorso.
- Noi greci? Ma se sono dieci anni che bevi ouzo!
Valerio rise di gusto come non succedeva da settimane. Ma una forte malinconia gli era calata dietro gli occhi. Così decise di raccontare a Costas della rissa, poi dell’interrogatorio, della questura, dell’omicidio e di tutto il resto, compreso il neonato. Bevvero altro ouzo. Scolarono la bottiglia fino all’ultima goccia.
Il Greco decise che avevano bisogno di mettere qualcosa sotto i denti, dopo essersi bruciate le viscere. Preparò un piatto a base di grossi fagioli bollenti e feta greca, che a contatto con il brodo rovente dei legumi si sciolse fino a diventare una pastella appiccicosa. All’aspetto poco rassicurante di un piatto siffatto, al colore putrido, rimediava un sapore ricco e perduto, che a Valerio ricordava gli scogli a strapiombo sul mare e il profumo speziato della campagna. Riconobbe che Costas, in cucina, era bravo almeno quanto lui; in alternativa, la cucina greca non gli dispiaceva affatto. Fecero fuori una bottiglia di retsina bianca, un vino leggermente acre che Costas tirava fuori in certe occasioni, quando una qualche ragione di dolore gli faceva sovvenire la nostalgia della madre Grecia.
Questa rappresentava un’occasione. Con il piglio filosofico che il Greco travasava in ogni singola parola, più volte aveva spiegato a Valerio o agli altri quale fosse la sua concezione di occasione. Mai un anniversario, una festività comandata, un’occasione in senso comune. Non erano quelle le occasioni secondo Costas. Il suo concetto presupponeva che il pretesto per festeggiare fosse altro, diverso, originale, come la violazione di un sistema informatico piuttosto che non un compleanno; come un giorno mesto e sfortunato piuttosto che uno gaio.
Le occasioni, spesso, coincidevano con la pioggia.
Non una scopata: ma una scopata mancata.
- Costas – disse Valerio dopo una lunga riflessione, serio.
- Ne?
- Devo scoprire che cosa sta succedendo. Sento puzza.
- Bennet, non sono affari tuoi, ascolta un consiglio.
- Diavolo, Costas, è morto poche ore dopo che l’ho picchiato. Quasi mi faccio schifo.
- Non è colpa tua, no?
- Certo, ma non mi quadra.
Costas si alzò e si diresse verso un mobiletto. Ne tirò fuori due sigari sottili. Li accesero e si stesero sulle rispettive poltrone sgangherate. L’aria si impregnò del fumo acre dei cigarillos.
- Mi stai viziando, Greco.
- Così è prima di partire in guerra.
- Non parto in nessuna guerra.
- Buono, eh?
- Già. Come hai detto che si chiama il tuo nuovo pirata?
- Non ci ho pensato, a dire il vero.
- Pensaci.
- Che te ne pare di TBC? – disse subito dopo Costas.
- Deve necessariamente avere il nome di una malattia?
- Se è pestilenziale fa più effetto. È un acronimo. Sta per Troiano Bennet Cigarillo. Ti piace?
- Uh! – fece Valerio – Ne vado già matto. Grazie per il troiano.
- Troiano è il tipo di software. Bennet è in tuo onore. Cigarillo perché ha l’aspetto di qualcosa da prendere in culo.
- Fenomenale, Greco. Sei il mio enigmista preferito.
- Ora dobbiamo sverginare TBC e mandarlo all’attacco.
- Non saprei che farcene, ora – disse Valerio flettendo le sopracciglia – nessuna idea di svezzamento.
- Ci verrà.
- Per adesso è presto, Greco. Tu sistemalo, rendilo sicuro al massimo, poi io ti do un buco valido in cui ficcarlo, il tuo TBC.
Costas rise. I sigari si consumarono insieme alla scarsa luce del giorno.





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