Ciao sono elmoreleonard
Vedi il mio profilo


Ottobre 2005

DLMM GVS
1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31

Tag

Ultimi commenti

Nuovi post

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Ottobre 2005

Giuttari chi?

di elmoreleonard (29/10/2005 - 12:27)

TRA FICTION E NON FICTION

 

Nel quadro della letteratura contemporanea italiana, la prepotente ascesa del noir da sottogenere bistrattato a vera e propria scuola impone una riflessione critica sui libri e sulle relative classificazioni. Si ripropone infatti il classico dilemma della distinzione tra fiction (la finzione letteraria dei romanzi) e non fiction, ovvero tra letteratura e giornalismo, tra invenzione e cronaca nera. E molti romanzi editi nell’ultimo anno, o ritornati in classifica grazie al cinema, si prestano al merito del problema. Così il noir, da poco riportato in auge, si trova già a dover affrontare le critiche di quei detrattori che considerano la non-fiction come estranea al campo della letteratura. Invece, non v’è niente di più erroneo. Da Sciascia a Buzzati (del quale gran parte della produzione consisteva in racconti riadattati da articoli di cronaca nera, e lui stesso era scrittore e cronista), da  Lucarelli a De Cataldo, sono stati scritti molti libri ispirati alla cronaca nera e alla realtà, senza che fossero per questo carenti di invenzione narrativa e letterarietà. In realtà, considerando che fiction e non-fiction spesso si confondono, rendendo il confine piuttosto labile, l’unica distinzione apprezzabile sembra essere quella tra i romanzi scritti bene e quelli scritti meno bene: una ripartizione soggettiva e non certo scientifica, ma meno oziosa e più immediata per il lettore. Sotto questo aspetto, e restando nella nostra Puglia, vanno sicuramente annoverati nel primo gruppo Romanzo Criminale di De Cataldo e Scirocco di Girolamo De Michele (entrambi tarantini e tutti e due per Einaudi), o Né padri né figli del brindisino Osvaldo Capraro, pubblicato da E/O nella collana di Carlotto. All’opposto, è emblematico il caso di Michele Giuttari, capo della squadra-mobile di Firenze, personaggio al centro delle cronache per le indagini sul Mostro di Firenze e, infine, anche scrittore di thriller. Giuttari esordì con Compagni di sangue (Le Lettere, 1998), scritto a quattro mani con Lucarelli e attinente ai fatti del mostro. Ma il vero esordio narrativo di Giuttari è stato con Scarabeo (Rizzoli 2004) e infine con il più recente La loggia degli innocenti (2005), due romanzi in cui compare la figura anche troppo autobiografica del poliziotto protagonista, il commissario Michele Ferrara. In La loggia degli innocenti, la morte per overdose di una minorenne di cui la polizia non riesce a stabilire l'identità si intreccia con la scomparsa di Massimo Verga, libraio amico di Ferrara, coinvolto in un caso di omicidio in Versilia. Il capo della mobile deve così districarsi tra le due indagini. Giuttari tuttavia infarcisce la narrazione con un intrigo eccessivo di problematiche – omicidi, prostituzione, droga, mafia, pedofilia, massoneria, estorsioni –  calando il lettore in una (auto)cronaca piuttosto autoreferenziale. Ingredienti dunque poco dosati, con l’ulteriore complicazione che il protagonista è lungo tutto il romanzo un alter ego dello scrittore-poliziotto, restando in bilico sull’autobiografia ma senza esserlo veramente. In questo caso, a nulla vale la posizione privilegiata di Giuttari (in possesso di documenti processuali ed esperienza sul campo) per risollevare le sorti del romanzo: un calderone ambizioso, carente dal punto di vista creativo e poco avvincente.

 

Elmore Leonard

Vota questo post

Un tribut jaune

di elmoreleonard (26/10/2005 - 12:29)

L’ULTIMA NOTTE DI MACCHIAVELLI

 

Una bruma metallica ammanta la sera. Densa, fluida, cattiva. La cappa del cielo è un grigioviola spugnoso e tangibile, inonda le sagome delle cime cittadine. Mi soffoca un oceano aereo che brizzola gl’incauti e fomenta la disordinata fuga delle lunghe lumache senza guscio.

In questo clima surreale, nauseabondo, ricevo una telefonata.

- Chiudi il conto al sergente. Sa troppo, è pericoloso.

La voce greve e afona chiude la conversazione senza attendere risposta. Pare la notte meno indicata, penso, per liquidare un uomo, o un poliziotto: ho già da vomitare grazie all’umidità assoluta dell’aria.

Il sergente è Sarti Antonio, lo conosco. Un ficcanaso, burocratico, severo. Uno che non molla. Ma rimane un povero diavolo: salario minimo, nessun privilegio, lavora come un cane, stress da vice-ispettori asfissianti, vita rischiosa. Perché ucciderlo?

Non mi pagano per porre domande. O io o lui. Devo trovarlo. Può essere che si conceda una bistecca e un bicchiere di Montepulciano alla Locandaccia. Non c’è, non è qui. Maledizione, iniziamo male. Getto via la cicca con stizza, una Diana a metà, mi si prospettano camminate fuori programma e questo potrebbe rendermi nervoso. Un killer nervoso, si sa, non è un buon killer. Allora compro una birra fredda e mi dirigo sotto casa di Sarti, in via Lovecraft, ad attenderlo. Accendo un’altra sigaretta. Siedo su uno scalino e mi calmo, ignorando la patina di sudore sulla fronte. Sarti non è uno stupido, dovrò stare accorto. La birra finisce in fretta, i mozziconi crescono in numero ai miei piedi. Il sergente potrebbe tornare a momenti, o tardare ancora per ore, magari sepolto dentro la Centrale di Polizia o in giro per indagini. Lo aspetto comunque. Un buon killer sa aspettare.

Sarti rientra dopo due ore. È stanco ma ancora vigile. Come me. Mi alzo in piedi, lui mi nota, sulla soglia di casa a pochi metri di distanza, senza tradire emozione. La tasca destra del suo giubbotto è rigonfia della Beretta d’ordinanza. Ma non farebbe in tempo ad impugnarla: ho il revolver in tasca, e la mano sul revolver. Un silenzio afasico ci divide per molti secondi, lo sguardo che ci scambiamo mediato dalla nebbiolina sospesa sotto le fronde dei lecci di via Lovecraft. O io o lui. E Sarti sembra aver capito. Il nostro rispettivo indugio, il mio a sparare per assassinarlo, il suo a coprirsi, difendersi, è l’indice di una condizione non solo di subalternità, di sottoposizione costante a doveri e ordini superiori che evaderemmo volentieri (come me in questo caso), ma anche di uno status lavorativo economico e sociale traballante, balordo, sempre duro, portatore di interrogativi indigesti. Però questo è un pensiero troppo complicato per il momento attuale. Un buon killer non deve tentennare. Io tentenno, si capisce.

Sarti ed io siamo due vittime macilente e sfumacchianti di un ingranaggio torbido, cigolante, travolgente. Vorrei farmi una birra con lui. Sarebbe la prima volta, forse, nella storia: carnefice e bersaglio, sicario e assassinando, insieme a sorseggiare, amichevolmente compatendoci. Sarebbe bello.

O io o lui.

Estraggo fulmineo, mentre sulle mie labbra si delinea una parola di scuse verso Sarti, e sparo.

Poi corro via con una sensazione di tristezza, di sconfitta.

Qualcosa dentro di me si è irreversibilmente distrutta. Non la dignità, né il rispetto verso i miei principi, perché sono felice di averlo volontariamente mancato. Piuttosto, un non più vago, ma ora ben delineato e preciso, senso di ineluttabilità, di impotenza.

Telefono allo stesso numero che mi aveva contattato prima.

- Ho chiuso.

- Bene Macchiavelli, risponde l’altro capo del filo, convinto che io abbia chiuso il conto a Sarti. Chiudo la conversazione con un moto di serenità.

Invece ho chiuso con gli omicidi, intendevo dire. Sorrido interiormente, prima o poi lo capiranno e per quell’ora, dato che i miei mandanti godono di un senso dell’umorismo piuttosto scarso, sarò altrove, lontano. Getto telefono e revolver in fondo ad un insolito pozzo. Sarti non indagherà su di me, ne sono certo.

Un qualunque espresso notturno partirà da questa schifosa città, no?

Vota questo post

Il Domandone

di elmoreleonard (23/10/2005 - 13:18)

Che senso ha tenere un blog di narrativa quando poi non lo legge nessuno?

Vota questo post

Racconto o cronaca?

di elmoreleonard (21/10/2005 - 11:33)

BOOGIE DELLO SBIRRO E DELL’IMPIEGATO

 

Il 12 ottobre una pattuglia della polizia fa irruzione nell’abitazione di R.A., impiegato presso il comune di Galeano, con un mandato d’arresto da eseguire istantaneamente. Nello sgomento generale della famiglia, composta da moglie e tre bambini in età scolare, il soggetto viene letteralmente acciuffato da due uomini della pantera, chiuso in manette sotto gli occhi atterriti dei familiari e trascinato via. Il vice-ispettore saluta la donna e i tre figli con un gesto di riverenza al berretto d’ordinanza, quasi a scusarsi di aver turbato in maniera irreparabile l’ordine e la quiete domestica. L’impiegato è sbattuto dentro la volante, affiancato da uno dei due agenti (quello con lo sguardo più truce), mentre il secondo agente si mette alla guida della potente berlina della polizia. Il vice-brigadiere, dopo essersi seduto al lato passeggeri, rivolge un ultimo sguardo verso la finestra dell’abitazione, poi inserisce un compact disc nello stereo della pantera e infine dà l’ordine di partire.

 

***

 

Il poliziotto truce F.L. continua a guardare di sottecchi il prigioniero, di per sé piuttosto sereno, e in un’occasione, quando è sicuro di non essere visto dal collega nello specchietto, sputa sulla scarpa destra dell’impiegato in manette, digrignando i denti di fronte allo sconcerto di quello. Nello stereo, un velocissimo bebop suonato dalla tromba di Dizzy Gillespie contribuisce all’atmosfera.

 

***

 

L’agente scelto N.G. è sempre stato considerato un perfetto poliziotto, dedito solo al lavoro, e il suo comandante, il vice-ispettore seduto affianco in auto, lo tiene fin dall’inizio in gran considerazione. Tuttavia, a ragione della sua eccessiva bontà e premura, dimostrate anche in condizioni critiche che normalmente richiedono durezza e determinazione, il comandante l’ha sempre assegnato a compiti secondari: guida della volante, appostamenti non operativi, copertura per gli agenti impegnati nello stanare pericolosi criminali. Per questo, ha acquisito una certa dimestichezza come autista, e – d’altronde – non sarebbe stato in grado di adempiere pienamente al ruolo operativo rivestito da F.L., né soprattutto di sputare sulle scarpe del prigioniero in palese violazione dei diritti umani.

 

***

 

Al vice-ispettore W.T. Dizzy Gillespie è sempre piaciuto. La mattina dell’arresto di R.A. conduce i suoi uomini dritti nella tana del pericoloso individuo, affinché venga stanato e consegnato alla giustizia. In mente, durante l’operazione, tutto lo spartito di Trumpet Blues, otto minuti di assoli: tanto è lungo l’arco di tempo impiegato dall’irruzione alla traduzione del prigioniero in auto. Come al solito, piazza quell’impiastro di N.G. alla guida, mentre a guardia dell’impiegato lascia l’arcigno F.L., consapevole che sarà molto più indicato.

 

***

 

L’ammanettato viene senza indugio trasferito alla Casa Circondariale, un super carcere di massima sicurezza. I due poliziotti, sotto lo sguardo di alcuni colleghi della Penitenziaria, fanno scendere con garbo e risolutezza il soggetto, capeggiati dal vice-ispettore, e l’accompagnano in una stanza, lasciandogli i ceppi ai polsi. Il comandante ordina all’Impiastro di andare a prendere dell’acqua e un bicchiere, casomai il prigioniero avesse sete, e rimane solo con il Truce a custodia dell’uomo.

 

***

 

Non ha mai avuto alcun dubbio, R.A., sui motivi di quel repentino fermo, la sera di questo 12 ottobre. Ha sempre vissuto con lucidità gli atti compiuti e gli effetti dei suoi gesti, relativamente alle conseguenze etiche, familiari, personali e penali, senza per un attimo sorprendersi di se stesso o precipitare in stati di deliquio. R.A. non ha mai esitato a fare quel che ha fatto e quando l’ha fatto, e ora sa che deve pagare lo scotto con la giustizia e la coscienza. Unico motivo di angoscia, il preoccupante silenzio dei suoi persecutori: non una parola dal momento dell’arresto allo spostamento nella stanza degli interrogatori, in carcere. Né con lui, né tra di loro. È un silenzio alquanto strano e, si direbbe, surreale.

 

***

 

Il telefono squilla tre volte, in casa di S.B. La convivente, di quindici anni più giovane di lui, risponde al telefono. Può richiamare?, chiede gentilmente alla voce nel telefono l’affascinante donna. No, è urgente. Lui è indaffarato, per la verità. Urgentissimo, questione di vita o di morte. S.B. deve dunque interrompere due delle sue passioni preferite, eccetto quella primaria di sperimentare nuove posizioni con la giovane e focosa amante: la lettura di riviste d’auto sportive e l’evacuazione. Chi è?, ulula nella cornetta, scocciato del disturbo. Vice-ispettore W.T., dottore. Abbiamo preso l’Impiegato. La stiamo aspettando per l’interrogatorio. Merda, replica più per se stesso il Procuratore Aggiunto S.B. prima di sbattere la cornetta. Tesoro, lavoro straordinario, devo andare, ma non c’è bisogno di spiegazioni. La seducente mora lo bacia sulla porta, porgendogli una giacca. Un’autista in strada gli apre la portiera dell’auto, solenne.

 

***

 

In cinque minuti, tempo intercorrente tra l’ordine di andare a prendere l’acqua e il ritorno dell’Impiastro, il vice-ispettore Capo W.T. non fa altro che pensare alla tromba di Dizzy Gillespie in Manteca, che poi è sinonimo di impiastro, ma nel senso di unguento, pomata. A Dizzy Gillespie e a quell’incavatura nel tavolo dell’interrogatorio, dove il meno sereno R.A. sta seduto. Sotto il bordo del lungo tavolo, infatti, W.T. ha fatto a suo tempo aggiungere ad un falegname un asse di legno cavo, in modo da formare una specie di piccolo cassetto, piccolo e segreto. Su questo lungo asse incavato, invisibile per chi non conosce l’invenzione (ovvero tutti tranne il Capo e il Truce) ha riposto poi un altro pezzo di legno dalla forma affusolata, lungo all’incirca mezzo metro, dotato di un’anima in piombo e di una fodera in velluto. Per le evenienze. E si da il caso che l’arresto dell’Impiegato sia una delle particolari evenienze cui il particolare strumento è stato preposto. Il Truce tira fuori con un gesto esperto il cimelio, armandosi del suo migliore sorriso, e saggiando la morbidezza del velluto. L’Impiegato sgrana gli occhi e inizia a tremare.

 

***

 

Intanto, B.M. ha allertato la sorella. Vieni, dice, hanno portato via R. Così, A.M.M. accorre a casa della sorella, dove è avvenuto l’arresto. I bambini sono ancora spaventati, la più piccola, Eleonora, è in lacrime. B.M. spiega che la polizia ha arrestato suo marito, il cognato. E ora che si fa?, chiede la sorella. Tu pensa ai bambini, io chiamo l’avvocato. La sorella esita, sta pensando a qualcosa. Valuta la situazione, riflette, ricorda. Non sarà per caso, domanda, ancora quella storia di quattro mesi fa, no? Oh, non me ne ricordare, scoppia in lacrime B., che fino a quel momento è riuscita a trattenersi. Dici che è ancora per quel fatto? E che altro, se no, replica con una punta di cinismo la sorella A.M. Vuoi dire che per quattro mesi quelli hanno continuato le indagini senza dire niente? Non può essere altro, comunque bisogna fare qualcosa. Senti, singhiozza ancora la moglie stringendo le teste dei figlioli a sé, porta i bambini dalla mamma. Io cerco l’avvocato P.Z. e torno qui, così decidiamo il da farsi. D’accordo, dice la sorella, andiamo. Anche i due fratelli, Alessio e Sebastiano, ora piangono.

 

***

 

L’Impiastro torna con l’acqua. Entra nella spettrale stanza degli interrogatori con aria compita, ligia. Non si accorge che il prigioniero è riverso su un lato della sedia, chino su se stesso. Le mani legate dietro lo schienale gli impediscono di accasciarsi completamente. Dietro di lui, il Truce sorride sghembo, tenendogli le spalle. Il Capo è seduto sull’altra sedia, posta di fronte, a un metro dall’Impiegato. L’Impiastro posa la bottiglia d’acqua con i bicchieri di plastica sul tavolo, dà un occhiata perplessa al prigioniero, sul cui volto è impressa una smorfia di dolore, ma tace. Pensa che sia paura. Si ritira al posto che il Capo gli ha assegnato, vicino la porta, mani dietro la schiena. Gli interrogatori gli piacciono. Il Truce ha già riposto il Randello nel suo nascondiglio.

 

***

 

Il Procuratore Aggiunto arriva trafelato al supercarcere, si dirige in fretta verso l’ingresso, verso le scale, verso la sala degli interrogatori. Saluta tutti con un cenno frettoloso della mano, bussa, entra senza aspettare che gli venga aperto. Eccoci, dice al plurale, ma non perché si senta un papa. Eccoci finalmente faccia a faccia con l’Impiegato, in questo senso. Due inchieste di quattro mesi l’una, gli è costato l’impiegato. Mesi di intercettazioni telefoniche, di indagini in collaborazione con la polizia postale, di tecnici telematici ventiquattr’ore su ventiquattro con la faccia appiccicata allo schermo a scavare nei siti della rete. Mesi trascorsi ad occuparsi svogliatamente di truffe, frodi informatiche, qualche rapina; e poi interi pomeriggi immerso nell’abiezione dell’Impiegato e della lobby di cui questo ha fatto parte. Roba da avvelenarsi il cuore. Da non dormire la notte. Da impiegare quasi tutto il tempo libero per raccogliere prove contro di lui. E ora, finalmente, il coronamento di tanti sforzi. Una vita di sacrifici per studiare, vincere il concorso, entrare in Procura, farsi affidare le inchieste peggiori, le più scabrose. Una vita per smascherare tutti gli Impiegati del distretto, almeno, e se possibile di tutta la nazione. Una vita condensata nell’aria stantia e viziata dal fumo della sigaretta del Capo, nella stanza che si schiude davanti ai suoi occhi.

 

***

 

Il quartiere non tarda ad agitarsi. Eccetto alcuni dissidenti, destinati ad essere isolati e additati come forcaioli e giustizialisti, famiglie in capannelli di uomini e donne di tutte le età si raccolgono intorno al terzetto composto da B.M. la Moglie, P.Z. l’Avvocato e T.T., carismatico attivista del rione noto per le sue battaglie contro gli immigrati (definiti invasori e rubalavoro agli italiani e in particolare ai Galeanesi). Hanno arrestato ingiustamente R.A. Moglie, Avvocato e Leader stanno fomentando la folla contro i giudici e le forze dell’ordine, rei di aver rapito e deportato illegittimamente l’Impiegato. La folla plaude, si lascia convincere. I più riottosi spingono per la tesi del complotto. È stata una macchinazione, gridano più voci. R.A. è un bravo giovane, che ha fatto di male?, chiede qualcuno senza neanche sapere il perché di quell’assembramento. Il Leader, pungolato e convinto dalla Moglie, spalleggiato dall’Avvocato, prende la parola. Tutti gli altri tacciono, come sempre quando parla lui. Io ritengo, esordisce, che non solo ci sia sotto una congiura, ma che questa sia stata ordita ad arte per vendetta. Le parole sortiscono l’effetto di una bomba, le voci del popolo si fanno di nuovo concitate. Qualcuno urla che sì, è vero, l’Impiegato si occupa di arte, è colto, è un bravo ragazzo, chi si occupa di arte va rispettato, non arrestato. Una enorme, ingombrante signora di mezza età dà di gomito alla vicina e chiede in dialetto che cosa significhi ordita. I più attenti, dalle prime file, si interrogano su chi possa aver fatto una cosa del genere, organizzare così a fondo una trappola per incastrare il bravo giovane Impiegato. I parenti, sussurra uno. I parenti, si amplifica la voce. La Moglie annuisce, l’Avvocato abbozza un sorriso. La voce l’hanno messa in giro loro, grazie al Leader e alla sua autorità. I parenti di lui, ovviamente, che non sono tra la folla. Sorpresa, eccitazione, rabbia. La piccola massa si agita e agita i pugni. Quei bastardi, dicono. In mezzo alla calca ordinata ma vibrante, un ragazzo tace, non si sbraccia, non grida alla vendetta contro i vendicatori del bravo giovane Impiegato, alla giustizia contro i giustizieri. Tace, è un Dissidente. Dell’Impiegato ha una pessima opinione. In cuor suo, ringrazia i giudici e i poliziotti che l’hanno arrestato. Ben gli sta, pensa, spero che lo condannino a vita. In prigione, quelli come lui, fanno una brutta fine. E torna a casa, non visto, mani in tasca nella sera incipiente, soddisfatto.

 

***

 

Eleonora, Alessio e Sebastiano piangono ancora, a casa della nonna materna. Non sanno, non capiscono. Gli hanno sottratto il padre, sono stati abbandonati dalla madre. Loro vogliono che tutto torni come prima, vogliono tornare a casa, a farsi coccolare da mamma e papà.

 

***

 

Il Procuratore e il Capo siedono affianco. Dall’altro capo del tavolo, a un metro, siede l’Impiegato, che ha ripreso fiato. Alle sue spalle il Truce, sigaretta in bocca, in posa marziale. Alla porta, il buon Impiastro. Sulla scrivania, un faldone con l’intestazione Procura della Repubblica e sotto, in piccolo e a mano, Polizia di Stato – Polizia Postale. Un faldone traboccante di documenti, fotografie, tabulati. Il Procuratore si prende altri due minuti, assoluto silenzio. Poi rompe la quiete chiedendo una rara sigaretta. All’Impiegato scappa un colpo di tosse, profondo. È il momento per attaccare. Ha qualche problema? L’Impiegato non risponde. Il Procuratore apre il fascicolo, trae a sé i tabulati e i documenti, prende le foto e le sparpaglia con un gesto di odio davanti al prigioniero. L’Impiegato adocchia le fotografie: stampe digitali di immagini on line e un nutrito numero di foto scattate con una normale polaroid. Un sorriso dolciastro gli si dipinge sulle labbra, ma gli occhi non ridono. Il Truce stringe con violenza le spalle del prigioniero, facendolo contorcere. Sono zampe da gorilla, le mani del Truce. Il buon Impiastro si protende per dare un’occhiata furtiva alle immagini, la curiosità. Il Capo controlla a stento il proprio disprezzo. Vorrebbe colpire il prigioniero con un pugno: non è escluso che lo farà. Non vogliamo parlare, vero?, chiede con garbo astioso il pm. Solo in presenza del mio avvocato, risponde infine quello. Bene, chiamiamo quest’avvocato. Vice-ispettore, mandi uno dei suoi uomini, per cortesia. Il Capo annuisce e fa segno all’Impiastro di andare a telefonare. Qui rimane l’agente, dice poi al Procuratore, noi andiamo a prendere un caffé. Il Procuratore acconsente ed escono. Prima di chiudere la porta, il Capo indirizza uno sguardo complice al Truce ed uno maligno all’uomo seduto, che avverte un tremito di panico. China ancora la testa, già stanco. Chiusasi la porta, lo sbirro accarezza la testa del prigioniero, gli sussurra alcune parole all’orecchio. Sotto il tavolo, una mano si protende a cercare lo scomparto nascosto. Ora facciamo quattro chiacchiere, dice.

 

***

 

Viene contattato al telefono l’Avvocato P.Z. La Moglie vuole andare con lui, ma l’Avvocato glielo impedisce. Non è possibile, signora, in carcere non può entrare nessuno, tranne il difensore, fa. Rassicura la donna, entra in auto e in trenta minuti raggiunge il carcere. All’ingresso, esibisce il tesserino, entra. Sarà un caso rognoso, difficile, torbido. Impiega pochi minuti per trovare il corridoio giusto. Fuori dalla porta, trova l’Impiastro, che gli fa strada e l’accompagna dentro. L’Avvocato tira un profondo respiro ed entra. Stessa scena di prima, ancora più fumosa, senonché il prigioniero ha le mani libere e l’aria abbattuta: è visibilmente stravolto, consumato. Gli chiede come sta, delle condizioni di salute, ma prima che apra bocca il Truce lo previene e risponde per lui, dandogli un’amichevole manata sulla nuca. Sta bene, sta bene, il nostro Impiegato, vero? L’uomo lo guarda da sotto a sopra, sulle spalle. Mi hanno picchiato, dice rauco. Che cosa?, sbotta l’Avvocato. Non è possibile, esclama il Procuratore. Solo il Capo tace. Le voci si sovrappongono. L’Avvocato fa la voce grossa, il giudice difende i suoi uomini. Questo qui mi ha massacrato di botte dietro la schiena, aggiunge l’uomo, e fa per alzarsi. Una solida presa lo rispedisce seduto: il Truce è a guardia. Faccia vedere, prosegue imperterrito l’Avvocato. Il Procuratore fa cenno di si con la testa, il Vice-ispettore dà il suo assenso, il poliziotto lascia che il prigioniero si alzi. In effetti, R.A. non si regge sulle gambe e dall’aspetto malandato sembra che abbia ricevuto numerosi colpi. Solleva la maglietta. Con grande sorpresa dell’Avvocato, nessun ematoma si presenta agli occhi, nessun segno, niente. Dov’è che ti hanno colpito?, insiste. Quaggiù, indica l’assistito la zona lombare. Non ci sono segni, replica il legale. Che però sa come funzionano questo genere di cose. Sa che i poliziotti e i carabinieri, alle volte, riservano ai fermati un trattamento di velluto. Bastoni pesanti coperti di stoffa o velluto per non lasciare lividi o sfregi visibili sulla pelle. Sa e protesta. I soliti trucchi da caserma. Si accavallano le voci, finché il Capo non sbatte il palmo sul tavolo, provocando un rumore sordo che mette tutti a tacere, compreso l’incredulo Procuratore. Si alza. Basta così, dice con voce grossa, mi sono stancato di questa pagliacciata. Mette la mano in tasca e tira fuori una moneta da due Euro. La lancia sprezzante addosso all’Impiegato. Tieni, vigliacco. Voglio comprare una delle tue foto, dice. Ed esce sbattendo la porta. Piccolo putiferio. Anche l’Avvocato scatta in piedi, urlando qualcosa sulla violazione dei diritti umani. Ordina all’Impiegato di non dire una parola. Al poliziotto di tenere a posto le mani. Il Procuratore non sa che pesci prendere, quando si raccapezza chiede all’uomo se intende collaborare. No, è la risposta secca. Bene. Raccoglie il fascicolo, lo rimette nella borsa. Chiederò senz’altro il rinvio a giudizio. Nel frattempo, il vostro assistito sarà ospite di una cella. Faccia pure tutto quello che ritiene più opportuno. Ne sia certo, Procuratore. Non escluda denunce contro questo bruto che si spaccia per poliziotto. Il Randello è stato nascosto, vorrebbe dire l’Impiegato. Ma sa che non gli conviene fare la spia. Lo aspettano giorni duri.

 

***

 

Dal fascicolo del Procuratore Aggiunto presso il p.m. [Estratto]. Perquisizione del 9 giugno 2005. Abitazione di proprietà di R.A. in Galeano. Effettuata a tappeto in tutta la casa a cura del vice-ispettore W.T. e degli agenti scelti O.G. e F.L. In particolare, forzata la porta dello studio in detta abitazione, porta chiusa a chiave. Sequestro di materiale fisico e supporti. Catalogati referti con lettera A e numerazione progressiva: unità centrale di computer, completa di due dischi fissi; collezione di svariati cd-rom sprovvisti di etichetta e custodia; serie di dvd-rom, sprovvisti di etichetta. Sequestro di materiale fotografico, catalogato come referto B, comprendente numerose fotografie e videocassette in formato analogico (VHS). Sequestro di agenda e rubriche varie, numerate progressivamente come referto C, e contenenti indirizzi Internet di potenziali clienti e contatti. Siti e link ivi riportati posti all’attenzione della Polizia Postale, previa autorizzazione del pm in data 13 giugno c.a.

 

***

 

Dal fascicolo del Procuratore Aggiunto presso il p.m. [Estratto]. Risultati della perizia disposta in data 16 giugno c.a. sul materiale informatico sequestrato. Dall’analisi eseguita su tutta la memoria del computer di proprietà dell’indagato, risulta presente senza ombra di dubbio una lunga lista di fotografie digitali ritraenti pose dell’indagato e di altri soggetti in minore età. Si può certamente parlare di materiale pornografico a carattere pedofilo. Le pose ivi collocate sono per la maggior parte in stato di nudità integrale dell’indagato e dei minori comparenti. Alcune delle foto sembrano essere state scattate con autoscatto, data la posizione obliqua del quadro. Altre foto ritraggono solo i minori in questione, per cui appare verosimile che siano state eseguite dall’indagato medesimo. […] Anche il video, data la fissità dell’inquadratura, conferma l’ipotesi che il soggetto abbia compiuto ogni atto in solitudine, e che dunque siano almeno per ora da escludere implicazioni esterne o complicità. […] Anche lo sviluppo grossolano del materiale, eseguito su carta semplice o su supporti ottici e magnetici (cd-rom, floppy disk), porta a escludere qualsiasi complicità esterna (ad es. studi fotografici).

 

***

 

Dal fascicolo del Procuratore Aggiunto presso il p.m. [Estratto]. Indagini. 22 luglio c.a. […] Dagli accertamenti eseguiti a cura della Polizia Giudiziaria su mandato di questo ufficio, risulta appurato che un nucleo consistente del materiale fotografico sotto sequestro riproduce in particolare pose di nudo di bambine minorenni, per un’età che va dai sei agli undici anni. È altresì accertato che quasi tutte le foto appartengono a familiari dell’indagato, e un paio di esse alla figlia del medesimo. Altre immagini sono state prelevate, secondo un’ipotesi attendibile, da siti Internet facenti parte di una piccola rete locale di pedofili. [omissis]

 

***

 

Da un appunto a mano del Procuratore Aggiunto presso il p.m. in calce alla relazione della Polizia giudiziaria. <Provo un senso di nausea, orrore, di fronte a queste foto. Questi poveri bambini, costretti alla violenza. Raccapriccio. Distruggere l’Impiegato, fare in modo che marcisca nella peggiore cella>.

 

***

 

Sciolto l’assembramento, la Moglie va a prendere i figli dalla nonna e rientra con loro a casa. Non ha alcuna voglia di affrontare l’argomento con chicchessia. Poggia le chiavi sul tavolo e si accascia sul divano, mani alla fronte. Lei sa, ha sempre saputo, sospettato. Non si è mai opposta. Non ha saputo farlo. Eleonora ha sei anni e si arrampica sul divano per abbracciare la madre, che prova disgusto per se stessa. Alessio, otto anni, è indeciso. Guarda Sebastiano, serio, poi si avvicina alle donne e si accuccia vicino a loro. Il grande, che tutti chiamano Sebino, ha quasi dieci anni e alla madre non si avvicina. Ha pianto, ma non sa se rivuole il padre a casa. In cuor suo vuole bene ai genitori, ma intuisce che c’è qualcosa che non quadra, una sensazione di tristezza. Gli pare di avvertire lo stesso strano dolore di quando è morto il suo ragnetto, che teneva conservato dentro una vecchia scatola di scarpe. Anche allora ha provato un grande dispiacere. Ha provato a prendere un altro ragno, un successore, ma non è stato lo stesso. Non è stato più lo stesso. È stato in quel momento che ha imparato per la prima volta i concetti di morte, ben chiaro, e irreparabilità, un po’ più sfuggente. Ora sente di nuovo questa cosa che lo turba, questa percezione di irreparabilità. Qualcosa si è rotto, e non c’è colla che tenga. Guarda la Madre, in lacrime, ma lui non vuole più piangere, perché è grande, almeno non davanti ai fratellini. Così scappa e si chiude in camera. Apre un cassetto, prende una lettera gualcita che tiene nascosta e si getta sul letto, stringendola nel pugno.

 

***

 

Carcere di massima sicurezza, Distretto Corte d’Appello di L. Braccio F. L’Impiegato è in cella, solo. Quelli come lui, su cui pende un processo per pedofilia, vanno messi necessariamente da soli. La ragione non sta nella repulsione che il soggetto genera, né in una sua presunta pericolosità. Piuttosto, nella pericolosità degli altri detenuti. Nel braccio F soggiornano sicari, mafiosi, estorsori, spacciatori, usurai, tutti i professionisti della mala e persino alcuni stupratori condannati per violenza sessuale, anche loro in isolamento. Ma questi ultimi, benché osteggiati, sono ignorati dalla popolazione penitenziaria. Hanno diritto all’ora d’aria, anche se non parlano con nessuno. In carcere vige un codice d’onore ferreo, atavico, spietato. Chi violenta una donna, è un bastardo che non merita rispetto. Un figlio di puttana, un vigliacco senza futuro. Viene additato, esiliato, è un reietto a vita. Ma per quelli come l’Impiegato vigono altre regole. Nessuno scampo: chi si sporca di reati contro i bambini non viene messo da parte, bandito dalla comunità carceraria. Viene giustiziato. Anche l’assassino più efferato, lo spacciatore senza scrupoli, il criminale peggiore di tutta la prigione sanno che c’è un limite invalicabile alle azioni umane. Nel penitenziario dimorano uomini che hanno lasciato la propria famiglia a crescere senza padre, senza storia, senza mezzi che non fossero il crimine, le armi, la delinquenza. Ma non gli hanno mai toccati. In carcere ci sono mafiosi che hanno tirato su i propri figli a schiaffi, battute di caccia e lezioni sul comportamento del perfetto contrabbandiere. Codici d’onore particolari, avariati certo, violenti, ma tutti con un limite: i bambini non si toccano. E l’Impiegato lo sa. Capisce che uno come lui, là in mezzo, è una bestia da macello tra le tigri. Un porco in uno scannatoio. L’amministrazione penitenziaria non può permettere che venga compiuto un omicidio già scritto, sicuro come la notte. Le voci nel braccio F si accavallano. L’Impiegato è ora steso sul suo letto, inerme. Il Truce gli ha dato un’altra scrollatina in presenza del secondino, ma con lo sguardo casualmente rivolto altrove. Guarda il soffitto, estraniato da se stesso, senza pensieri. Guarda il soffitto e pensa alla piccola Giada, e ad Amanda, e a Lisetta. Fuori, intanto, ruggiti, minacce, urla e risate sguaiate. I detenuti gridano. Qualcuno, in dialetto, chiede al vicino di cella che cos’è un pedofilo, convinto che sia una razza di cane. È un cane, confermano. Un cane morto, per la precisione. Un flusso di sangue si abbarbica al cervello dell’Impiegato, facendogli pulsare le tempie. La mano si dirige a placare la frenesia incontrollata che gli prende in mezzo alle gambe e lo cancella da questo mondo.

 

***

 

Sebino reprime le lacrime e stira la lettera gualcita e stropicciata. Rimane a pancia in giù, la porta chiusa a chiave, in modo che neanche i fantasmi possano entrare a fare visitine. Sul cuscino spiega il foglio vergato da mano tremante, infantile. È una lettera che la cuginetta Giada gli ha scritto l’anno passato. Una lettera che gli ha fatto torcere la pancia. Commovente, piena di errori, dritta al cuore. Dice così. Caro cuggino grande Sebino, ti scrivo questa letera per dirti di un fato che è succeso un po di tempo fa. Tuo papa e venuto a trovarci, io e la sorelina mia, e per portarci al parco. La mamma si e fidata delo zio e ci ha mandate con lui. Pero lui non ci ha portate al parco, ma da un altra parte dove c’era un altra bambina per giocare con noi. Tuo papa ci ha deto che anche lui voleva giocare con noi, cosi ci siamo fati le foto prima vestiti poi spoliati, molte foto, allinizio ridevo un po mai poi non mi e piaciuto piu giocare cosi e neanche a Lisetta la mia sorelina e quindi ci siamo mese quasi a piangere. Ho deto a papa tuo di portarci a casa e ala fine anche l’altra bambina ha deto pure lei che voleva andare a casa. Tuo papa ha deto si, di aspetare un atimo che aveva quasi finito, e cosi si e tocato un altro po e intanto ci faceva le careze. Dopo siamo andati via e in machina ci ha deto di non dirlo a nesuno che quelo era un segreto tra noi, nemeno ala mamma e ala maestra, e io non l’ho deto a nesuno anche se mi sono un po mesa a lacrimare, e nemeno Lisetta. Pero ora lo zio ci ha fato altre cose che non ti raconto perche mi ha deto che non poso, e infati se scopre la letera sono sicura che si arabia quindi non glielo dire per favore. Ti volio tanto bene. Giada.

Sebino ripone la lettera sotto di sé, all’altezza del cuore, e le mani sotto il cuscino. Pensa a Giada, con cui è cresciuto, e che adora come la sorellina Eleonora. Prima di addormentarsi, immagina che a Giada, a Eleonora, a Lisetta, dovrà badarci lui, difenderle e proteggerle. E anche ad Alessio.

Sebino stringe il cuscino, finché le mani gli fanno male.

Sebino chiude gli occhi e si addormenta.

 

Elmoreleonardmichigan

Vota questo post

NELSON ALGREN: LA VOCE DEI REIETTI

di elmoreleonard (19/10/2005 - 10:48)

Nelson Algren nacque a Detroit nel 1909 e morì a New York nel 1981 in piena solitudine nonostante la fama. Trascorse gran parte della sua vita a Chicago, cui dedicò anche la quasi totalità della produzione letteraria. Giornalista professionista, redattore, poi romanziere, Algren raggiunse la fama grazie ai suoi racconti e ai suoi lunghi, delicati, devastanti libri, quali Walk on the wild side (Passeggiata selvaggia) e L'uomo dal braccio d'oro. Nel 1947 intraprese una storia d'amore burrascosa e appassionata con Simone De Beauvoir, in giro negli States per conferenze, con la quale manterrà poi un legame epistolare. Da Walk on the wild side prese spunto Lou Reed per scrivere il testo della celeberrima, omonima canzone, mentre meno famosi ma altrettanto importanti furono Le notti di Chicago e Mai venga il mattino. Fu tuttavia con L'uomo dal braccio d'oro che Algren conquistò il pubblico e la critica, vincendo nel 1949 il prestigioso National Book Award, da cui poi il regista Otto Preminger ne trasse la memorabile pellicola con Frank Sinatra e Kim Novak.

Senonché, ben presto Algren divenne un esule, un dissociato in rotta con la società che tanto ferocemente descriveva nelle sue storie. Scrisse di lui Kurt Vonnegut: "Come James Joyce, Algren era diventato un esule in patria, dopo aver scritto che i suoi connazionali forse non erano così intelligenti e nobili d'animo come amavano credere."

In L'uomo dal braccio d'oro, il protagonista Frankie Machine è un immigrato polacco nella Chicago degli anni '40 ormai al termine: reduce di guerra, eroe dei bassifondi, ex-galeotto. La sua professione: le carte, i dadi, la taverna, una sorta di Cecco Angiolieri contemporaneo. La Chicago in cui vive, quella vera, brulica di povertà e immigrati, di disperati e delinquenti senza dimora. E per Frankie Machine, che la patria ha usato e scaricato, non c'è altra alternativa per sopravvivere che l'azzardo, il borseggio, l'alcol. Così, mentre Frankie il Mazziere smazza tutti i giorni centinaia di carte, sogna in realtà di suonare la batteria in un'orchestra jazz e diventare famoso.

Ma i momenti migliori per Frankie sono quando i suoi demoni vengono scacciati dalla regina delle perdizioni: la morfina. Non gli resta altro, dunque, che scivolare nell'abisso della tossicodipendenza, dei ricatti, della malavita. Non può nemmeno contare sull'affetto di una moglie che forse non ama più, ammesso che l'abbia mai fatto: l'isterica Sophie, per tutti Zosh, immigrata come lui e costretta su una sedia a rotelle nel monolocale sporco e desolato in cui vivono, dopo un incidente d'auto causato dallo stesso Frankie in piena sbronza.

Il romanzo è questo: una grande epopea suburbana, violenta e affascinante, triste e senza scampo, in definitiva un grande noir sociale cui le nuove generazioni di scrittori non possono che fare riferimento, cui attingere mezzi e concetti nella prospettiva di una descrizione della società contemporanea (e del suo cancro).

- Tutti erano arsi dalla stessa torcia, la cui fiamma aveva toccato anche lui. Una torcia che bruciava in un uomo tutto meno una colpa nera e calcinata. La grande, segreta, particolarissima colpa americana di non possedere nulla, assolutamente nulla, nella sola terra dove proprietà e virtù sono la stessa cosa.

- Frankie Machine ne aveva visti di ceffi in ventinove anni di vita, ma ciascuno di questi sembrava essere stato manganellato da tutti gli altri per tutta la notte. Facce sanguigne come porco crudo macinate lentamente nel tritacarne della grande città; facce come bianche vesciche scoppiate, questa co occhi di pollo in agonia, quella feroce come il muso di un mastino senza via di scampo; occhi accesi dal lieve scintillio della demenza e occhi velati nella vitrea fissità del dolore.

E poi vagabondi, papponi, spacciatori ex tossici, scimmie da 35 libbre sulla schiena, baristi, ciechi ubriaconi, poliziotti e centinaia di altre figure tanto tragiche da sembrare comiche, indimenticabili eroi dei bassifondi, vite "senza luce e senza amore."

ElmoreLeonard, Michigan

Vota questo post

Una pillola gialla

di elmoreleonard (18/10/2005 - 01:20)

AUTUMN LEAVES

 

La polizia irruppe nella cantina dopo la terza segnalazione. Alla prima telefonata, la centralinista del commissariato represse un sorriso, ma passò la chiamata all’ispettore Tristano, che sorvolò. Mitomani, disse. Alla seconda, la centralinista pensò che in quel quartiere stessero impazzendo. Dopo la terza, Tristano prese due agenti e andò subito a verificare. La mezzanotte era trascorsa da un pezzo. Lo strano allarme non risparmiò ai tre uomini una buona dose di sbadigli, per strada. Insomma, più che un’irruzione, quando arrivarono al n.5 di via Rava, trovarono semplicemente la porta socchiusa, ed entrarono. Lo spettacolo fu tutt’altro che piacevole, anche per dei poliziotti avvezzi a tutto.

Le telefonate erano state tutte e tre confuse, agitate, di persone colte nel sonno. Suoni fortissimi in rapida successione. Squilli tremendi, agghiaccianti. Una tromba, ipotizzò un vecchio signore ansioso alla centralinista. Una tromba? Nel cuore della notte?

Tristano e i due sbirri entrarono nel locale buio, circospetti. Al centro della stanza, distinsero una sagoma rannicchiata, come un sacco. L’agente semplice Schelli trovò l’interruttore: una fioca lampadina s’accese a svelare il mistero, proiettando una luce gialla sull’ammasso riverso.

L’altro, agente Volpe, portò la mano alla bocca, inorridito. Un uomo giaceva su una seggiola scassata, legato con una corda. Ai lati della faccia, due rivoli ancora freschi di sangue scendevano verso il collo, a imbrattare camicia, pantaloni, con schizzi anche sulle scarpe, confluenti in una pozza densa sull’impiantito. Dalle apparenze, il cadavere poteva avere circa cinquant’anni. Gli agenti, su ordine di Tristano, salirono le scale della cantina e penetrarono nell’appartamento al primo piano. La casa sembrava deserta. Nelle stanze non c’era nessuno, un paio di letti sfatti ma freddi, una tv accesa, nessun segno di effrazione alle porte. La perlustrazione parve non dare frutti, finché Schelli non fu colpito da una fotografia. Dentro la scialba cornice, l’uomo ancora in vita abbracciava un ragazzo sui vent’anni. Il figlio, a giudicare dalla somiglianza. La vittima rideva di un sorriso dolciastro, forzato. Il ragazzo non rideva. In mano, un oggetto, tagliato a metà dall’inquadratura.

- Hai visto? – fece Schelli al collega.

- Già – rispose quello. Scesero dall’ispettore, che cercava indizi nello scantinato. Gli mostrarono il particolare.

- Andiamo – disse. – Non può essere lontano.

Perlustrarono il quartiere con la Pantera a sirene spente, luci basse. Strade, vicoli, cortili. Finestrini abbassati nonostante il freddo. Pile elettriche puntate nell’oscurità. Finché non lo trovarono. Anzi, non lo sentirono.

Miles Davis lo riconosci subito, disse piano l’ispettore. Gli altri non intesero. Spensero l’auto e scesero. Schelli e Volpe slacciarono la fondina e impugnarono le Berette d’ordinanza. Tristano alzò la mano quasi a dire di stare calmi, niente armi. Non ce n’era bisogno.

Su una montagnola di terra umida, seduto, il ragazzo continuò a suonare nonostante i fasci di luce si avvicinassero. L’ispettore si appropinquò, si fermò. Aspettò che il ragazzo ultimasse il pezzo. Era bravo, niente male per un giovane bianco. Le ultime note uscirono verso l’alto e andarono a sbattere sulla luna, mai così fosca e rossastra.

- Devi venire con noi – gli disse. Il ragazzo non rispose, ma seguì docile gli sbirri.

Nella volante, sulla strada per il commissariato, Tristano si voltò a guardarlo.

- Perché?

Il ragazzo esitò, cupo. Poi finalmente aprì bocca.

- Odiava il jazz. Odiava la mia tromba.

- E quindi gli hai traforato timpani e cervello a suon di jazz.

- Si.

- Rischi vent’anni.

- Purché mi lasciate la tromba, va bene.

Lo condussero in cella, ma gli tolsero lo strumento.

 

ElmoreLeonard, Michigan

Vota questo post

CUBA LIBRE

di elmoreleonard (17/10/2005 - 11:18)

Amelia attraversò la hall con lui e gli tenne la porta aperta, con Tyler pochi passi dietro. La gente li guardava. Una volta fuori, Amelia strinse il braccio di Rudi chiedendogli che cosa avrebbe fatto, dove sarebbe andato e se avesse un posto per nascondersi, pregandolo di avere cura di sé.

"Sono in buona compagnia, quindi non preoccupatevi."

Fu tutto quello che disse. Poi scese dalla veranda giù in strada e alzò uno dei suoi bastoni. C'era una fila di carrozze in attesa. Ma quella che venne a prenderlo era trainata da un paio di palominos. Rudi passò i suoi bastoni a qualcuno all'interno ed entrò nella vettura. La porta si richiuse e la vettura si allontanò. Tyler mise il braccio intorno alle spalle di Amelia.

Disse: "santo cielo, questa Cuba".

Lei girò la testa. "Si?"

"Ci vorrà un po' per abituarsi."

(da Cuba Libre, di Elmore Leonard, Marco Tropea Editore, 1998).

Vota questo post

Elmore e il noir pugliese - Nuovo Quotidiano di Lecce

di elmoreleonard (16/10/2005 - 10:42)

di ElmoreLeonard, Michigan

Vota questo post

Un racconto dedicato all'apertura mentale, alla cultura della libertà

di elmoreleonard (13/10/2005 - 11:05)

 

ALIENI SULLA CITTÀ

 

“Noo! Non è possibile! Guarda quel demente! Tappooo!”

Fuori dalla finestra, un tizio correva per strada avanti e indietro con addosso solo un cartello, appeso sul collo e penzolante davanti, una specie di veste adamitico-pubblicitaria. Gancio chiamò Tappo urlando finché quello non arrivò.

“Che vuoi?”, chiese con stizza. Detestava essere interrotto mentre si esercitava al pianoforte, specie se si trattava di un Notturno di Chopin.

“Guarda”. Indicò il vetro entusiasta.

Tappo riprese colore. “Usciamo”. Si catapultarono in strada per vedere che cosa stesse succedendo. In pochi secondi, numerosi capannelli di persone si erano formati sul marciapiede, uomini poggiati alle auto in sosta, donne sporte alle verande per godersi lo spettacolo di quell’essere che si sbracciava e cercava di attirare l’attenzione.

“E tu che quest’estate vorresti andare negli Stati Uniti, in qualche megalopoli, ad affascinarti con le follie della città moderna. Guarda, i pazzi ce li abbiamo pure noi!”

“Non dire vaccate, Gancio. Come se per fare di un paese una grande città bastasse un mezzo idiota che corre nudo con un cartello al posto della foglia di fico…Ci vuole ben altro. A proposito, che dice?”

“Dice che…aspetta. Qualcosa che ha a che fare con gli ufo. Le solite menate, gli extraterrestri, le razze. Quando verranno a prenderci ci vogliono…uhmm – esitò – dice che dobbiamo aspettarli nudi sui tetti delle case, eccetera.”

“L’amore libero galattico, allora. Che invenzione!”

“Già. Rientriamo a farci una birra?”

“Si. Basta con la metropoli e le sue stramberie.”

In realtà, scene di ordinaria follia non è che se ne vedessero molte. Anzi la città era piuttosto avara in quanto a sorprese e spettacoli, di qualsiasi genere. Ma Gancio e Tappo coltivavano troppo cinismo, personale e di coppia, per ricamare storie o perder tempo sopra episodi di quel genere, quantunque eccezionali.

Erano da poco rientrati quando udirono bussare con violenza al vetro della finestra. Il tizio di prima gesticolava con gli occhi sgranati e sbatteva i palmi, chiamando gli inquilini.

“Che ti serve?”, domandò scocciato Gancio aprendo la finestra per la seconda volta.

“Fammi entrare, fammi entrare!” urlò quello, voce roca e strozzata.

“Senti amico, oggi non ho voglia di perder tempo con queste sciocchezze. Quindi fila!”

“No, ascolta – rispose trafelato – sta arrivando la polizia, quelli mi portano via. Aiutami, ti giuro che me ne vado senza rompere. Devi solo nascondermi cinque minuti.”

“Ti ho detto di…”

La porta emise uno scatto. Tappo si affacciò in strada e disse: ”Entra, muoviti!”

Il profeta non se lo fece ripetere e sgattaiolò in casa, mormorando mille ringraziamenti.

“Tappo ti senti bene? Dice che hanno chiamato la polizia e tu te lo porti dentro?”

Gancio era palesemente contrario. Tappo, invece, ci rideva su, sardonico.

“Gancio, credo tu sia troppo agitato. Non stiamo facendo nulla di male, a parte dare ricovero ad uno sventurato.”

“Ehi! – protestò il profeta – non sono uno sventurato.”

Tappo lo squadrò velocemente dalla testa ai piedi: era proprio nudo, spettinato e il cartello gli copriva a malapena i genitali. “No, no” disse ironicamente.

“Alla polizia che diremo?”

“Niente, non apriremo. È semplice”.

“È semplice” gli fece eco il profeta.

“Tu zitto” intimò Gancio. Stavano dando vita proprio ad un bel siparietto nell’ingresso del piccolo appartamento che i due dividevano.

“Non conosci la legge, né gli sbirri, Tappo” proseguì Gancio.

“E tu non conosci gli uomini.”

“Evidentemente no” replicò Gancio un po’ più ammansito. Tappo aveva su di lui un forte ascendente e del resto la conversazione viaggiava tra loro su un livello diverso, più profondo che non su quello delle semplici parole.

“Però – aggiunse cambiando tono – conosco i reati. Qui ci danno favoreggiamento dell’offesa a pubblico pudore e associazione a delinquere finalizzata al traffico di alieni.”

“Aver superato l’esame di diritto penale non ti dà diritto a sparare cazzate su noi poveri profani.” Il profeta annuì sfacciatamente, ripetendo le ultime parole che sentiva.

“Si, ma dell’extraterrestre che ce ne facciamo?” chiese Gancio.

“Lo aiutiamo a scappare, no?” disse Tappo.

Uno sbattere di portiere annunciò l’arrivo della volante di pattuglia.

“Andiamo” disse di nuovo Tappo dirigendosi verso il cortile interno.

“E dove, di grazia?”

“Visto che il profeta ama i tetti, ci faremo una bella passeggiata tra i comignoli finché non saremo in salvo. A proposito, profeta, come ti chiami?”

“Mingo.”

“Ah ah! – rise Gancio. – Che nome del cazzo!”

“Eh, sta parlando…” Tappo rise a sua volta, pensando che tutti e tre avevano ben modo di ridere l’uno dell’altro.

Diedero a Mingo un paio di mutande, dei bermuda e una maglietta, aspettarono che si vestisse e poi salirono sul tetto. Sotto, un agente stava scampanellando alla loro porta con aria piuttosto indolente.

Il panorama della città era un bel colpo d’occhio. Saltarono da un tetto all’altro, immersi in un’aria tiepida, tra antenne e caminetti di pietra, mentre il traffico formicolava in basso. L’etere possedeva per odore nient’altro che l’universo. Come cambia la prospettiva da quassù, pensò Gancio felice di essersi lasciato convincere.

“Però, se stessimo a Bologna, eh? Che meraviglia i tetti rossi, i porticati…

“…A scivolare sulle tegole spioventi, pure…”

“Sei il solito guastasogni.”

“Io? E tu? Che ha questa città che non va?”

“Niente, era per fare un paragone. Sarà colpa di questo profumo di ragù.”

“Ma va’. Goditi il cielo che è meglio.”

Mingo, intanto, si era avvicinato a una donna che stendeva il bucato sulla lamia. Tappo e Gancio gli corsero dietro per sottrarla ad un probabile sproloquio sulle feste aliene in terrazzo.

“Ma no, rimanete, era così simpatico!” gridò loro dietro la donna. Forse lei ci credeva. Aveva visto Piano 9 da un Altro Spazio.

“Sai Mingo – disse Gancio – non è che io non ci creda, alle forme di vita aliene. Ma dubito che verranno sulla Terra per festeggiare con noi sui tetti.”

“Parli così perché ignori le usanze del popolo di Juppulpore, della Galassia dei Nove Mondi” disse Mingo, serio, con l’indice teso verso l’alto in funzione didattica.

“Infatti le ignoro” assentì Gancio.

“Fermi qui!” affermò ad un tratto Mingo. Si erano allontanati abbastanza da casa ed erano giunti al centro.

“Che c’è?”

“Laggiù – indicò un punto imprecisato verso il basso – si trova un punto segreto di contatto con il popolo di Jubbulpore.”

Gancio strinse gli occhi. “Io vedo solo l’osteria di Papà Artò.”

“Infatti. Ragazzi, grazie di tutto.” Mingo strinse le mani ai due con occhi scintillanti (di vino) e poi si catapultò giù agile tra pensiline e canali di scolo, fino in strada.

“Ma vedi tu questo – fece Gancio – si è pure preso le mutande!”

“Che volevi, lasciarlo di nuovo nudo? – disse l’amico – Vieni, sediamoci.”

Sedettero su un alto parapetto di un vecchio condominio. La città si stendeva davanti ai loro occhi, piatta e luccicante. Un campanile svettava tra le chiese e gli antichi palazzi, come se cercasse di solleticare il sole.

“Beh, non è tanto male” disse Gancio.

“Direi proprio di no.”

Guardarono ancora l’orizzonte e le case bianche, e una impercettibile striscia di mare a est, e poi si guardarono a lungo negli occhi, prima di scambiarsi un lungo bacio, tenendosi per mano e dondolando i piedi nel vuoto.

 

Elmore frikkettone Leonard, Machogan!

Vota questo post

Una Novellina

di elmoreleonard (11/10/2005 - 17:20)

IL GIOCO

 

Gli altri bambini della sua età giocavano con gli insetti, sballottolandoli e rilasciandoli con l’interesse dispettoso e spensierato di tutti i bambini.

Lei invece schiacciava i vermi del terreno e i ragni, dava fuoco agli alveari di vespe, intrappolava gli insetti fino a farli soffocare senza appello. A chi le chiedeva il perché di tanto cinismo e ai bambini che le contestavano tanta cattiveria ingiustificata, replicava: - I vermi sono sporchi e fanno paura.

Ma ciò non era vero, perché anche i bambini si sporcavano e inoltre non avevano la minima paura, nemmeno dei ragni più grandi.

Si fece avanti un ragazzetto più minuto di lei:

- Anche tu sei nera ma noi non ti schiacciamo, le fece notare mostrandole un irriverente palmo di lingua. – E hai pure un nome brutto! Uhm! concluse.

Per tutta risposta lei lo colpì con un pugno sul naso, lasciandolo seduto a terra che piangeva e si lamentava, sanguinante.

La bambina cattiva si chiamava Condoleeza.

 

Elmore Leonard, Michigan

Vota questo post

di elmoreleonard (10/10/2005 - 00:47)

Finalmente una foto di Elmore!

Un premio in denaro a chi indovina il nome del sassofonista che qualche decennio fa tentò di sottrarre a Elmore la paternità di quest'album. (Mi sembra già di sentire le critiche dei miei 2 o 3 lettori...Ma questo non ha proprio un cazzo da fare che divertirsi?)

Vota questo post

Un articolo di Elmore Leonard: Romanzo Criminale

di elmoreleonard (05/10/2005 - 18:55)

Vota questo post

Venere - Un racconto amorale

di elmoreleonard (01/10/2005 - 17:48)

...

[Terza e ultima parte]

Lo stato di cose proseguì in questo senso per molti, lunghi giorni. Sonia non mi permise mai di sfogare su di lei le mie voglie, ma del resto non feci nulla che andasse contro il suo volere, tanto ero soggiogato. La mia sottomissione al suo ludibrio lussurioso si rivelò essere sufficiente a soddisfare di volta in volta i miei istinti, giacché ogni volta che si concludeva una di quelle pericolose avventure, rimanevo esausto, fiaccato, completamente scarico. Fu in uno di quei momenti che iniziai a prendere coscienza di non poter più starle dietro, a meno di non voler perdere del tutto la sanità psichica e sessuale. Ma al tempo stesso, sapevo di non poter rinunciare a lei, a quell’esplosione di vitalità animalesca chiamata Sonia. Mi trovavo in una sorta di stallo doloroso, in bilico su una lama con due precipizi ai lati (seguirla nella perdizione o cercare di staccarmi da lei), cosciente che entrambe le scelte sarebbero state ugualmente impossibili e sbagliate. Così, circa tre settimane dopo che l’avevo conosciuta, giocai la mia carta.

Eravamo al mare, seduti sulla battigia, in un insolito momento di quiete. In un certo senso, ci eravamo affezionati, anche se ero sicuro che io per lei fossi solo un docile giocattolo, mentre viceversa io ne ero pazzo. Sonia brillava al sole, di un fulgore abbacinante, di una dolcezza che sapevo mostruosa. Mentre, al contrario, io seccavo per il caldo e l’ansia dei miei pensieri. Scostai la mente e lo sguardo dal suo corpo pannoso, dai suoi occhi e mi concentrai sull’orizzonte biancastro, folle di luce. Volevo essere lontano, su quella riva impossibile dell’oceano; invece ero soltanto in balia di una passione agli antipodi di tutto. Presi coraggio e, balbettante, le dissi che non avevo più voglia di quei suoi giochi sessuali senza sesso, di quelle tentazioni infinite che m’avevano segnato. Le dissi che ero cotto di lei, della sua bellezza, ma che al tempo stesso ero spaventato, spaventato che quello non fosse amore ma schiavitù, spaventato di quanto altro potessero degenerare le nostre perversioni. Le dissi che non avevo più intenzione di masturbarmi nei luoghi più impensabili per il suo solo gusto di vedermi in quello stato; che non avevo più voglia di vederla mentre si faceva scopare da altri uomini, raccattati per strada, mentre io ero costretto a guardare; che ormai era insopportabile il pensiero di quell’uomo che prima si sbatteva la madre e poi passava a lei, gaudente di quell’animale da monta.

E Sonia, con movimenti morbidi, mi fu vicina, e prese a sussurrarmi parole di conforto all’orecchio, strusciando piano la sua pelle, la sua carne sulla mia, felina, accarezzandomi con dita più soffici di piume di struzzo, e un sibilo degno del canto di Scilla. Seppi una volta di più che erano le moine ingannatrici di una strega, e che non potevo ribellarmi. Ero suo schiavo, e cedetti. Mi distese dolcemente sulla sabbia, salì a cavallo su di me e si fece infine penetrare, senza bisogno d’altro: semplicemente fui dentro di lei, e fu migliore di qualsiasi sesso o depravazione avessi sperimentato in tutta la mia esistenza. Non descriverò lo stato d’estasi a cui accedetti dal primo istante di quell’accoppiamento, per il solo fatto che è indescrivibile. Si mosse sinuosa sopra di me, con i seni danzanti sul mio viso, la luce inondante i corpi, gli umori travasarsi, la sabbia che si appiccicava, i glutei di lei, e le mani, e i capelli fruscianti, tutto ondeggiante e sospinto da una forza occulta e invincibile. Un piacere troppo agognato e immenso per essere vero.

Credetti di esplodere decine di volte, ma il mio organismo, i muscoli si rifiutarono di lasciarsi andare allo spasmo finale, e resistettero, resistei a quella cavalcata della mia puledra-cavallerizza finché potei.

Fu un attimo. Lei intuì il mio imminente orgasmo, successivo e sfasato di pochi secondi rispetto al suo, che fu maestoso, feroce, con le unghie penetrate nel mio petto, le anche a stringermi in modo forsennato, Sonia la diavola a risucchiarmi da dentro ogni goccia di vita. Sonia ebbe un orgasmo violentissimo, bestiale, tanto da farmi temere che qualche muscolo si potesse rompere, la carne strappare, o morire entrambi d’amplesso. Io ero lì, stavo per raggiungerla. Una scarica elettrica si preparava a devastarmi, mentre nella testa, del tutto svuotata, un ultimo briciolo di razionalità aveva acceso una scintilla di dubbio, per il fatto che lei fosse venuta prima di me, anche se per pochi istanti. Tutto durò infatti pochi istanti, il tempo che quel dubbio quasi inconsistente, quel granello di dispiacere si tramutasse in furente, tragico terrore.

Fu perché Sonia, neanche il tempo di arrivare dov’era lei, nemmeno il tempo di lasciarsi andare allo sfinimento del dopo, mollò la cavalcatura, riacquisì il suo glaciale sorriso di demone, e sgattaiolò via, lasciandomi nell’oblio dell’incerto, nel fuoco del mio membro imporporato, troppo presto perché esplodessi, troppo tardi perché tornassi indietro.

Ero ancora disteso a terra, furente per essere stato usato e abbindolato, sedotto e abbandonato, atterrito per la perfidia di quella strega, umiliato e impotente. Lei mi gironzolava intorno, dicendomi di alzarmi e di cercare altri modi per divertirci, canzonandomi e facendo di tutto perché la inseguissi.

E così feci. Balzai su di scatto e le corsi dietro. Sonia era molto agile, me ne aveva dato prova in più occasioni, e credendo che avessi molta voglia di giocare, si lasciò prima inseguire su quella spiaggia assolata, infine prendere.

Quando vide, di nuovo stesi per terra, la sinistra luce nei miei occhi, capì che il desiderio aveva mutato aspetto, e di poter raccogliere il frutto dell’abiezione umana. Non seppi in quegli istanti se il suo carattere fosse malizioso, ma tutto sommato innocente, o frutto di una colpa magari ascrivibile ad una situazione familiare perversa e deturpata. Non seppi capire se Sonia volesse, in maniera tremendamente crudele, dimostrarmi una sorta di affetto, o di attenzione, ovvero soltanto mietermi come vittima di una personalità affascinante e diabolica. Seppi solo che in me era scattata una molla del non ritorno, un ordigno malefico e distruttivo, il congegno della fine. Volevo avere Sonia fino in fondo, e la ebbi.

Sonia si dibatté, scalciando e graffiandomi, urlando improperi indecenti e sputando, ma una forza cattiva e selvaggia si era impadronita di me. Soddisfeci maldestro i miei bisogni bestiali, e crollai sfinito.

Sonia rimase accasciata al mio fianco, tremante e piangente, come se tutta la fosca malizia cui era avvezza si fosse azzerata di fronte al mio abuso.

Non feci in tempo ad avvicinarmi per cercare il suo contatto, per rincuorarla. Due pescatori che s’erano goduti la scena da lontano erano accorsi, armati di cavalletti, canne rinfoderate e un pesante ramo di pino raccolto al limite del litorale. Non potevano sapere di tutto il trascorso tra Sonia e me, ma comunque non credo che questo sarebbe giovato alla mia causa maledetta. Avevano visto lo stupro, e tanto bastava.

Non ebbi neppure il tempo di alzarmi e tentare una pur minima difesa. Mentre vidi Sonia scappare, ancora singhiozzante, una gragnola di mazzate accompagnate da altri insulti e sputi mi piovve addosso. Rannicchiato su me stesso, tremante a mia volta e piangente, non imploravo, ma subivo, come avevo subito per tutto il tempo le maliziose angherie di Sonia.

Mi sfasciarono di botte, riempiendomi di lividi e grossi ematomi, e uno dei due mi pisciò addosso, giudice di strada, mentre l’altro rideva e finiva di randellarmi. Poi svenni.

Rimasi per ora sotto il sole, più morto che vivo, con enormi ferite in testa, sugli arti, un braccio spezzato, la schiena distrutta. Il sole mi cuoceva impietoso. Nessuno venne a raccattarmi, anche se udii indistintamente dei passi e alcune voci. Ero additato, ormai. Lo stupratore, la bestia.

Dopo il tramonto, riuscii faticosamente a mettermi in piedi.

Non tornai a casa, ma vagai per tutta la notte, randagio, reietto, inviso persino a me stesso. E non vidi mai più Sonia. A volte penso che mi sarebbe bastato vivere una normale relazione, ma mi convinco che non sarebbe stato lo stesso.

Probabilmente lei non avrebbe intrapreso una normale relazione.

Al mattino, sgattaiolai in casa, tumefatto e zoppicante, raccolsi qualche straccio, un po’ di denaro, e scappai.

La mia esistenza da allora è capovolta. Viaggio di città in città, di paese in paese, alla ricerca di un modo per espiare la mia colpa, cosciente che non sarà mai possibile, se non – forse – trasferendo l’espiazione nel viaggio stesso, nella fuga impossibile da me, dai miei ricordi.

Sono consapevole che un giorno, il tempo trascorso mi sarà d’aiuto.

Vivo all’addiaccio, nelle botteghe dove faccio mille mestieri, taciturno e benvoluto dai miei ospiti.

Non ho niente addosso a me del passato: tranne l’immagine, ben desta nella memoria, di quella ragazza che un giorno s’arrampicò su un albero di gelsi, sorridente, schiudendomi la soglia della fine.

 

Elmoreleonardmichigan

Vota questo post

Archivio Ottobre 2005