Un racconto
La Venere di Porto Battaglia - II parte
I giorni seguenti, Porto Battaglia, la località in cui mi trovavo, non fu più la stessa. Perché io non fui più me stesso, e mi perdetti in me stesso, e nell’infinita voragine che Sonia scavò nel mio essere. Ebbe la capacità di moltiplicare le tentazioni, facendomi assaporare di lei quel tanto che bastava per lasciarmi crogiolare in una morte lenta e senza fine, abbandonandomi in un supplizio dei sensi incontrollabile. Ci avventurammo nelle imprese più sfrenate, tese ad un piacere al limite del parossismo. Fece di me quello che voleva, a tal punto che divenni un burattino tra le sue mani.
Un episodio eclatante fu quando riuscì a convincermi ad infilarmi con lei nell’armadio di casa sua, che ogni tanto frequentavamo nei lunghi e assolati pomeriggi. Sonia viveva con la madre, una donna sensuale e bellissima, ed il compagno di lei, giacché suo padre era scappato con un uomo, compagno di cella ai tempi della galera (una famiglia dissestata, dunque). Introdottici nel grande armadio tarlato, mi costrinse a spogliarmi e d’altronde non opposi la benché minima resistenza. Sonia rimase in uno dei suoi soliti minuscoli gonnellini e in canotta, lasciando il resto alla mia sfrenata immaginazione, complicata dalla penombra. Sudavo dal caldo e dalla violenta eccitazione che quella situazione m’aveva indotto. Lei ridacchiava e mi sussurrava di fare silenzio. Io la guardavo rapito, ridacchiavo stupidamente e mi concentravo – perché non avevo scelta – sulla mia tumultuosa e dolorante erezione. Dopo una lunga attesa di sussurri, mormorii e gorgoglii soffocati, in cui Sonia non mi permise – come al solito e con il consueto garbo – neanche di toccarla, la madre entrò nella stanza, accompagnata dall’uomo. Erano entrambi in costume da bagno, lei in un due pezzi da fare invidia ad una ventenne, lui in slip e fisico da camionista. Quello che intravidi dopo nella sottile fessura tra le ante, invogliato da Sonia e incuriosito per mia natura, fu il colpo di grazia per la mia saldezza spirituale e sessuale. Non appena i mugolii della donna, montata dal bestione, si tramutarono apertamente in urli belluini, il mio vigore già al limite esplose in un fiotto incontrollato che invase l’armadio e un ginocchio di Sonia, per questo ancora più divertita.
Lei rideva, ed io mi ero venuto addosso senza il minimo contatto, al solo sentire quella coppia in calore. Mi sentii un perfetto idiota, privato all’improvviso delle proprie energie e dei residui del mio orgoglio.
Il suo maggior godimento fu farmi aspettare per sgattaiolare fuori, nella sauna dell’armadio odorosa di umore maschile e dell’inconfondibile profumo che Sonia emanava: l’afrore selvaggio di un animale da sesso. Ed io, gocciolante e grondante, fremevo.
Il gioco si moltiplicò nei giorni seguenti, diradandosi o accrescendo secondo il personale desiderio di Sonia; quale fosse la sua volontà, maltrattarmi per ore con allusioni e tentazioni cinicissime o, peggio, dimenticarsi di me e abbandonarmi in preda al deliquio, ero comunque costretto ad assecondarla, perché non trovavo in me abbastanza forza per resisterle, per oppormi ai suoi svaghi perversi. Come nell’occasione, il pomeriggio successivo, in cui mi sfidò a orinare in presenza di una donna anziana del vicinato. Questa vecchia, quasi cieca, era seduta all’angolo della sua altrettanto vecchia casa, a pochi passi dalle nostre abitazioni. Sonia mi chiese se avessi il coraggio di pisciare nell’angolo, due o tre metri più in là della sedia su cui era adagiata la vegliarda. Niente di più facile, le risposi, ma la cosa mi pareva ugualmente di pessimo gusto. Allora Sonia, per tutta risposta, si chinò immediatamente sulle ginocchia nel punto in cui si trovava, di fianco a me, mentre la vecchia boccheggiava là vicino. Tirò su il gonnellino, che certo non aveva bisogno di sollecitazioni in questo senso, e prese a orinare davanti ai miei occhi, fissandomi e sorridendo, con gran rumore. Tanto che la vecchia si voltò lentamente nella nostra direzione. Non ci vedeva, ne sono sicuro, ma non era tanto morta, ancora, da non avvertire la nostra presenza. Vidi il fiumicello di orina che sgorgava dal pube nascosto di Sonia e fluiva sulla strada in una piccola pozzanghera. Vidi le labbra schiuse di Sonia e la sua lingua suggerirmi di pisciare insieme a lei. Non impiegai un secondo di più per decidermi a farlo, ma dovetti fare i conti con un’altra violenta erezione che mi costrinse ad una minzione singhiozzante, insoddisfacente e tutta verso l’alto, con gli schizzi di pipì che mi ricadevano sui piedi. Feci tanto rumore che la vecchia percepì la nostra presenza e si svegliò del tutto, benché non ci vedesse per via della quasi cecità, finché non ci urlò di andare via, convinta che fossimo cagnacci randagi venuti a marcare il territorio. Sonia si alzò in fretta, come se orinare per strada in quel modo fosse la cosa più naturale della terra, e mi piantò a metà, allo stesso tempo eccitato per aver visto Sonia chinata a orinare e incollerito con me stesso per la mia debolezza.
SIN CITY
Frank Miller e Robert Rodriguez non potevano regalarci di meglio, presumo nella mia massima ignoranza. Dopo essermi piazzato sotto al cinema il giorno dell'uscita del film-fumetto, qualche mese fa (cinema inspiegabilmente vuoto), ho noleggiato e duplicato il dvd. Non mi produrrò in elogi iperbolici e sperticati. Sin City è semplicemente grandissimo. Un fumetto cupo, magistrale, eroico, forte di personaggi fortissimi, tutti perdenti, tutti nerissimi, epici fino alla distruzione. Marv (un bestiale, romantico giustiziere interpretato da Mickey Rourke) finisce sulla sedia elettrica dopo aver fatto una strage di scagnozzi, pulotti, sicari e di un vescovo corrotto e del suo figlio cannibale, ed è talmente muscoloso e cinico che la scarica elettrica gliela devono fare due volte ("Non sapete fare di meglio?" chiede fumigante e sanguinante). Il sergente Hartigan (Bruce Willis al meglio, altro che quello smielato di Armageddon) salva una bambina da un maniaco omicida, il figlio di un corrotto e potente senatore, fratello del corrotto vescovo, sparandogli in mezzo alle palle. Hartigan sconterà con la galera e l'ignominia il fatto di essersi messo contro il senatore, ma dopo otto anni di isolamento troverà ad attenderlo la bambina. Che nel frattempo è diventata la diciannovenne strafica Jessica Alba, roba da smanettarsi a vita, che gli dichiara il suo eterno amore. Lui, per inciso, le dice che potrebbe essergli nonno e la scantona, ma poi rimembra di essere BruceWillis e di avere di fronte una figona, e la bacia (appassionatamente e castamente). Nel frattempo il maniaco omicida è tornato al lavoro, solo che è molto più brutto a causa dell'operazione per la ricostruzione delle palle: è infatti diventato The Yellow Bastard (giallo fosforescente su pellicola quasi sempre chiaroscura, come da fumetto), e i due arriveranno alla resa dei conti. Il terzo personaggio è l'investigatore Dwight (Cliwe Owen, quello di King Arthur, anche lui molto meglio qui che altrove), nel cui spezzone ha messo le mani Quentin Tarantino affianco a Rodriguez. Imperdibile il dialogo tra l'allucinato Dwight e la testa di Benicio Del Toro, mozzata da una spadaccina nipponica (armata di ogni sorta di acciaio, comprese svastiche rotanti e katane affilatissime), in auto, inseguiti da mercenari e poliziotti. L'episodio tratta di una guerra di quartiere tra le prostitute, assolute padrone della Città Vecchia, e una banda di malavitosi che cerca di riconquistare la Città per ripristinare lo sfruttamento della prostituzione e della droga (le puttane che si gestiscono da sole, a colpi di mitra, tenendo persino lontana la polizia, è idea grandiosa, romantica).
Tre episodi crudeli, che si sfiorano, riportati esattamente in chiave fumettistica (bianco e nero, luci e ombre, qualche luminosa macchia di colore come gli occhi azzurrissimi di una prostituta, il vestito rosso di una vittima, il giallo del Giallo Bastardo, etc...), con una resa cinematografica perfetta senza che ne venisse compromessa la natura appunto di fumetto. Tre storie nere, grottesche nella loro ironia cupa, tre racconti della città e dei suoi protagonisti, di violenza e perdizione, di puttane e assassini, di sparatorie e amori impossibili. Tre storie rese unitarie dal Luogo in cui sono vissute: la città del Peccato. Da vedere solo per i cerotti di Marv, le puttane della Città Vecchia e Brodo Baggins che da Signore dell'anello è diventato cannibale. Meglio, molto meglio anche per lui.
Elmore Leonard, Michigan
Underground
Il poeta, un'altra immagine. Questa è più facile. Who is the man?

El.
LA VENERE DI PORTO BATTAGLIA - Racconto breve a puntate
di Elmore Leonard, Michigan
Quando conobbi Sonia, all’incirca un anno fa, provai da subito la netta sensazione di sentirmi perduto. Dev’essere stato pressappoco come la paurosa, abissale miscela di sentimenti che pervase il popolo di Montpellier, intorno all’anno 1530, allorché Michel de Nostredame previde l’arrivo di una cometa infuocata: tanto fu lo sgomento quando la profezia si avverò. E un miscuglio simile, di fascino, mistero, bellezza e oscuri presagi, ha iniziato a ribollirmi dentro il giorno in cui Sonia apparve nella mia vita, devastandola.
Fu come se tutta la mia esistenza precedente fosse stata un appannato susseguirsi di fatti polverosi e inutili, una vecchia, logora pellicola di un film in un cinema di serie B: una serie di immagini blande, apatiche, deludenti. Non che prima me ne fossi accorto, però. È difficile stare dentro uno stato d’animo quale il torpore e rendersene conto, soprattutto se non si conoscono vie d’uscita, fughe, mezzi per incrementare le sensazioni, conoscere inferni e paradisi che scaccino in qualche modo l’apatia. No, vivevo intorpidito, nella noia, nella più piatta banalità, e non potevo fare nulla per uscirne: semplicemente non mi accorgevo di essere in quello stato. Anche le storie d’amore, o presunte tali, s’erano risolte ad essere tutt’altra cosa rispetto a quanto avevo sperato in un primo momento. Alla foga giovanile, agli accessi di passione, ben presto era subentrata l’abitudine.
Così avrei continuato a vivere, a sopravvivere, per il resto della mia vita se sulla mia strada non si fosse presentata quella sirena di nome Sonia.
Fu un giorno di giugno, il pomeriggio era lunghissimo e soleggiato. Seduto a terra, con la schiena poggiata ad un tronco di gelso nero e un filo d’erba in bocca, mi godevo l’eliomassaggio sulla pelle e sul viso, aspettando che i gelsi cadessero. La contrada in cui mi trovavo costituiva il luogo estivo di villeggiatura della mia famiglia, e faceva parte di un piccolo borgo dalle chiare origini contadine, col vantaggio di avere il mare a qualche centinaio di metri. Le caratteristiche case di pietra, abitate anche d’inverno, venivano affittate durante la stagione estiva; ma in generale il posto rimaneva tranquillo e silenzioso.
Adesso, quella goduriosa siesta che mi concedevo ogni giorno dopo pranzo rimane una delle poche cose meritevoli d’essere salvate (e per questo la rimpiango) da quando Sonia ha fatto irruzione e mi ha scombussolato, facendomi conoscere quegli inferni e quei paradisi di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza.
Mi accorsi che qualcuno mi stava fissando con un sussulto così repentino che temetti di subire un collasso. Avvenne come se un’ombra si celasse dietro le palpebre. E da lì, disteso, ero sicuro che non ci fosse nessuno nei paraggi, specie alla controra. Mi sbagliavo. Aprii lentamente gli occhi con la sensazione che qualcuno mi spiasse. Era lei. Si era avvicinata di soppiatto e mi sorvegliava con aria di curiosità. Non l’avevo mai vista, doveva essere la prima volta che si trovava da quella parti.
Faticai a focalizzarla, controluce, finché non mi sollevai un po’ e realizzai di non conoscerla. Fu lei a rompere il ghiaccio, salutandomi e sfoggiando un sorriso malizioso, ma benevolo. Ci presentammo e iniziammo a parlare. Aveva la mia età ed era anche lei in villeggiatura. Dopo meno di mezz’ora, mi sembrava di conoscerla da sempre. Mi parve come se tutto il resto, il sole, l’ombra del gelso, i miei libri, gli interessi che avevo discretamente coltivato, si fosse annullato per scomparire in un recesso irraggiungibile del tempo. Non è stato un innamorarsi, non una semplice cotta – per quanto forte possa essere – quello di cui parlo. Se così fosse stato, tutto mi sarebbe parso più piacevole, più bello. Ma qui l’estasi amorosa non c’entra per nulla.
Con Sonia scomparve ogni cosa. Niente aveva più senso d’esistere, nemmeno io stesso. Per prima cosa mi smarrii di fronte alla sua bellezza unica. Era scalza, la pelle chiara, leggermente dorata dal sole, perfettamente liscia; le gambe snelle e sode; indossava un gonnellino sottilissimo e molto alto, bianco, dentro cui stava, tondo e alto, un fondoschiena vertiginoso; sopra portava una maglietta azzurra, aderente, senza alcun reggiseno, e del resto non se ne avvertiva il bisogno, visto che i seni erano dritti, gonfi, rotondi. Sopra il corpo splendido e senza difetti, un volto angelico era incorniciato da una massa di capelli ondulati, color miele; gli zigomi alti sostenevano un paio di occhi verdi, chiari e innaturali; infine la bocca, carnosa, conturbante, rossa, perennemente percorsa dalla spola umida della diabolica lingua.
La perfezione cristallina, seducente, universale del suo corpo, tuttavia, era solo un ordinario tesoro – di belle ragazze ce ne sono tante – quantunque fosse una meraviglia per gli occhi e gli altri sensi. In Sonia c’era qualcosa in più: una demoniaca, maliziosa perversione che le correva sotto pelle, e di cui all’inizio ne sentivo appena un vago odore. Una perversione sessuale, fisica e mentale, che svelava secondo un ordine misterioso tutta la sua potenziale carica distruttiva.
L’aria era torrida, di tanto in tanto lievemente percorsa da una brezza calda; lei era seduta vicino a me e parlavamo in un apparente stato di calma. Eppure, dentro, ribollivo. La mia attrazione per Sonia cresceva ogni secondo di più, rasentando una sensazione di paura folle, come se al posto della passione avrei trovato un abisso fatto di fascino e perdizione. Il sudore trapelava dai pori delle tempie e stazionava in goccioline che la mia mano nervosa cercava invano di asciugare. Nascosi con grande fatica un’erezione dolorosa che non mi abbandonò mai, per lunghissimi tratti di eccitazione, salvo alcune brevi, vane pause di respiro.
I presentimenti di questa angosciosa pulsione si materializzarono per la prima volta quando udii la sua voce suadente chiedermi se avessi voglia di gelsi. Obiettai a Sonia che la mia pigrizia mi aveva insegnato ad attendere i frutti cadere tra le mani; ma lei subito mi offrì di raccoglierne di freschi dalle cime dell’albero, anche per dimostrarmi che sapeva arrampicarsi, e che nonostante l’aspetto di ragazza dolce e a modo non ignorava le gioie degli sport più maschili. Accolsi con divertito stupore la sua proposta, ma presto, con riguardo alla mia stabilità psichica e sessuale, mi pentii. Non tanto perché mi dimostrò un’abilità e un’agilità da atleta, che pure le invidiavo; quanto per il fatto che, appena fu salita su un ramo, spalancò deliberatamente le splendide gambe, e mi fece morire. Sonia non indossava mutandine. Il suo sesso pendeva letale sulla mia testa, quasi che da un momento all’altro fosse pronto a gocciolarmi addosso (così immaginai), mentre lei, diabolica e ingenua, simulando innocenza, spiccava i frutti dai peduncoli tra le fronde.
Indugiai là sotto inebetito, a guardarle la cosa in mezzo alle gambe, preda di voglie animalesche che minacciavano di esplodere. Ma Sonia, imperturbabile, continuava a protendersi verso le foglie più alte, pericolosamente in bilico sulle punte dei piedi scalzi, con la grazia di una ballerina e la sicurezza di un operaio su un traliccio: coglieva i gelsi, li racimolava nell’involto della maglietta all’uso delle contadine (scoprendo così anche l’addome) e solo una volta si girò verso il basso, degnandomi di uno sguardo luminoso e di un sorriso estasiante, ben conscia di avermi in pugno.
Pendevo da tutte le sue labbra, e Sonia l’aveva capito fin dall’inizio. Credo, a mia parziale discolpa, che siano comunque stati succubi di lei tutti i maschi che hanno incrociato la sua strada, senza possibilità alcuna di sottrarsi al suo fascino, alla sua seduzione, al suo selvaggio gioco di potere.
Quel primo incontro non riservò altre sorprese. Ben conscia della propria irresistibile forza, Sonia mi lasciò poco dopo, in preda alle mie turbe malcelate, con la promessa di rivederci presto.
Naturalmente, trascorsi tutte le ore che vennero ad attendere quella calamita precipitata dal cielo, col sangue che pompava all’impazzata dal cervello al petto fin giù al membro, e viceversa.
[…] Fine prima parte
Lunedi mattina
Confucio rivisited:
1) La vera felicità sta nelle piccole cose: una piccola villa, un piccolo yacht, un piccola fortuna.
2) Se cerchi una mano disposta ad aiutarti, la trovi alla fine del tuo braccio.
3) C'è un mondo migliore... però minchia... è carissimo!
4) L'importante non è vincere. L'importante è competere, senza perdere né pareggiare.
5) Avere la coscienza pulita è segno di cattiva memoria.
6) Colui che è capace di sorridere quando tutto va male, è perché già ha pensato a chi dare la colpa.
7) Chi ride ultimo, pensa più lentamente.
8) Alcune persone sono vive solo perché l'assassinio è illegale.
9) Se non puoi convincerli, confondili.
10) Il denaro non fa la felicità... figurati la miseria!
11) L'amore eterno dura tre mesi.
12) Chi nasce povero e brutto ha buone possibilità che, crescendo, si sviluppino entrambe le condizioni.
13) Pesce che lotta contro la corrente muore fulminato.
14) Quando il sole si alza iniziano i problemi.
15) Chi se la tira troppo, rischia di strapparsela tutta.
16) Uomo molto saggio è colui che non gioca mai a saltacavallo con unicorno.
17) Non è la misura del trattore che conta, ma quanto tempo trascorri ad arare il campo.
18) Uomo che va a dormire con problemi sessuali si risveglia con la soluzione in mano. 19) Uomo che va a dormire con prurito al culo si sveglia con dito puzzolente.
20) La fine del giorno è vicina quando uomini bassi fanno lunghe ombre.
21) Se la montagna viene verso di te... cooorrriiiii!!! E' una fraanaaaa!!!
Elmore Laughing Leonard, Michigan
Versi di un dicembre remoto
Ci sono volte in cui
un uomo ha bisogno di appisolarsi
per svegliarsi dal suo torpore.
Ecco, la rapida notte
di Santa Lucia
piomba come un maglio
sulle complicate letture del pomeriggio,
e le ombre degli oggetti
si spostano di là, alle mie spalle,
e vanno a gettarsi
in un mucchio confuso di spigoli.
ElmoreLiricoLeonard, Michigan
Dissimulazioni: il coglione del Michigan
Wu Ming è un collettivo di cinque scrittori, alungo tempo immersi nel mistero. V.M.O. si spaccia per un duo di omosessuali cagliaritani perseguitati che si occupano di letteratura (e di insulti). Cornell Woolrich ha firmato i suoi romanzi con decine di nomi differenti. Il 30 ottobre 1938, Orson Wells si prese gioco dell'America con il celebre scherzo radiofonico dell'invasione dei marziani.
La storia è ricca di simulazioni e dissimulazioni, e l'idea con cui questo blog è nato si fonda proprio sul concetto di scherzo. Questo non dice nulla, ovviamente, sulla mia/nostra identità. Anche perché, giova ripeterlo, non importa.
Se scrivessi: C'era una volta Cappuccetto Rosso...ecc..., voi sapreste con certezza che sono uno dei fratelli Grimm? O Charles Perrault?
Via, chiunque potrebbe copiare qualsiasi testo in un blog.
Potrebbe anche essere che l'autore dell'articolo (in questo caso su Evangelisti), abbia dato il proprio consenso alla pubblicazione dello stesso su codesto blog, che ne pensate?
Questo si concilierebbe con la presunta bufala della città di appartenenza e IP relativo. Io ho infatti detto di vivere e studiare nel nord, a P. (Pescara, in realtà, ecco...), non di essere a P. in questo momento. Ma d'altronde, mi si accuserebbe dell'ennesima mistificazione.
Infine, voglio ringraziare il lettore commentatore apocrifo per avermi dato del coglione, credendomi Lubelli. E' importante che un Paese - il nostro - nel cui Parlamento siedono uomini volgari e ignoranti, un Paese completamente allo sfascio, è importante che coltivi con dovizia le prossime generazioni di burocrati, presidenti e quant'altro. All'apocrifo, di cui ovviamente conosco l'identità con certezza quasi assoluta, dico che può sentirsi fiero di appartenere a questo paese di individui rozzi e volgari (non tutti, per fortuna). Ha costui buone chance di entrare nella classe dirigente, continuando così le cose (ma l'apocrifo, non me ne voglia, mi auguro di no).
Elmore&Leonard, il coglione del Michigan (e dire che i coglioni sono sempre due...!)
Valerio Evangelisti, la saga anti-epica e la merda
WE SHALL BE ALL – LA PARABOLA DI EDDIE FLORIO
In tempi di critica divisione del mondo tra filo e antiamericanismo (un remake più morbido della guerra fredda), tra interventismo bellico e tutela assoluta dei diritti e della pace, tra cieca fiducia nel ruolo mondiale dello Zio Sam e definitivo risveglio dall’incubo dell’American Dream, Noi saremo tutto di Valerio Evangelisti ci offre una completa e straordinaria ricostruzione storica del movimento sindacale statunitense del Novecento. E lo fa descrivendo la vita e le empietà del boss italo-americano Eduardo Lombardo, che a diciassette anni cambiò il suo nome in Eddie Florio per tagliare definitivamente i ponti con la famiglia, italiana e di tradizione comunista, col padre wobbly e con i fratelli, ai suoi occhi degli anarcoidi falliti e senza futuro. Noi saremo tutto, un malloppone di circa cinquecento pagine, edito da StradeBlu Mondadori e già in ristampa dopo meno di due mesi dalla sua pubblicazione, rappresenta una Bibbia profana, quasi blasfema, dell’ascesa e della caduta non solo di un personaggio (peraltro realmente esistito), ma anche di tutta una categoria sociale e infine dell’intera società americana. Di quello che sarebbe potuto essere e poi non è stato.
Eddie Florio non è, lo avrete capito, un eroe, né tantomeno un antieroe. Non è un personaggio solo duro, feroce, ma perlomeno legato a qualche valore di giustizia. Florio è un bastardo, un vile, un vendicativo, un violento: è mediocre e senza alcun ideale tranne il proprio arrivismo. Padrone e servo insieme, calpesta i più deboli che incontra sulla sua strada, abusa della fiducia dei lavoratori e si fa schiacciare da chi è più forte di lui, con immensa codardia. Florio è in tutto e per tutto il tradimento e il fallimento degli Anni Trenta: acquattato nell’ombra, un insetto pronto a colpire. Un personaggio talmente ripugnante che è praticamente impossibile che il lettore si identifichi in lui, a meno di non provare pena, forse, in qualche piega della sua truculenta storia. Se proprio bisogna fraternizzare con un personaggio del romanzo, questo non può essere altro che un personaggio collettivo: la classe operaia e portuale, vessata da tutti (Florio in testa), vittima storica predestinata, oppure le donne, che Evangelisti tratteggia alla perfezione, e che lottano, al pari degli operai, contro il maschilismo e la prepotenza degli uomini.
Ed è questa una grandiosa invenzione dell’autore: il personaggio positivo, eroico se vogliamo, non è un uomo o una donna, ma una intera classe sociale. Ciò costituisce una novità per il genere noir, in cui Noi saremo tutto può entrare a pieno titolo: anzi introducendo la categoria della working-class come elemento fondante del genere, tradizionalmente legato a investigatori, poliziotti e malavitosi.
Anche il periodo, scandito decennio dopo decennio, costituisce un nodo essenziale: la nascita della moderna ideologia americana, l’ascesa delle istanze solidaristiche degli anni Venti e Trenta, i grandi scioperi generali, e poi il brutale avvento del maccartismo, la caccia alle streghe, le persecuzioni politiche, tutto rigorosamente reale, vero, crudo. In questo sta un’altra novità per Evangelisti, ossia l’abbandono del suo genere fantastico (l’inquisitore Eymerich, il ciclo di Magus, persino l’inedito Gocce Nere, rintracciabile sul sito personale www.eymerich.com sono la quasi totalità della produzione narrativa di Evangelisti, nonché la sua fortuna tra il grande pubblico), per rientrare di prepotenza nel nero, che oggi più che mai riproduce la migliore arma letteraria per descrivere la realtà con le sue neoplasie, con il suo sostrato di violenza e prevaricazione. Una riprova è l’esito della lunga parabola nella Seattle del 1999, quando la rivolta dei no-global ha riportato alla luce quei conflitti che tutti credevano sopiti e la delusione di tutte le attese che, ancora una volta, vede l’America in primo piano, prima e più furiosamente di tutti.
Noi saremo tutto è un volume unico, un archetipo di genere. L’ampia bibliografia sul movimento operaio e sindacale americano che lo correda è un indice ulteriore del pregio letterario del libro, uno stimolo d’approfondimento e la consacrazione del noir al centro della letteratura di indagine storica. Non va dimenticato, infatti, che non si sta parlando più di un semplice giallo (dove la risoluzione del caso rende sollievo a lettori e investigatori), né di un hard-boiled da edizione economica, ma di tutt’altro. La fine di Eddie Florio (e di tutti i suoi epigoni) non elimina automaticamente il torbido, non spazza via la tenebrosità, ma, se possibile, l’inquietudine aumenta senza rimedio. Anzi, attraverso Noi saremo tutto si legittima appieno l’autonomia e la forza di questo genere, che non ha e non può avere una data formale di inizio storico (benché Dashiell Hammett sia il padre spirituale di tutta la letteratura noir del Novecento), giusto nel momento in cui si riconosce che la tragedia degli uomini non ha inizio, né probabilmente mai finirà.
KRIMINAL!
Kriminal: il fumetto di Magnus e Bunker nella letteratura nera
Per chi si occupa di letteratura ma ha un occhio di riguardo al fumetto, come me, un capolavoro, nonché una indimenticabile figura di personaggio vive nelle gesta di Kriminal. I lettori con almeno quarantacinque anni ricorderanno con un brivido l’antieroe che a partire dal 1964, in coppia con Satanik, iniziò a viaggiare in strisce tascabili nelle tasche degli adolescenti di allora, seminando il panico tra i genitori. Kriminal e Satanik come Diabolik, probabilmente meglio di quest’ultimo, tutti sicuramente portatori di una lettera malefica,
Certo anche Kriminal, ideato da Luciano Secchi (Max Bunker) e perfezionato dalle chine del compianto Roberto Raviola (Magnus), come Diabolik ha una terribile compagna, va in giro in calzamaglia (quella col disegno dello scheletro giallo) e si camuffa in ogni situazione, assumendo molteplici e inafferrabili identità. Ma Kriminal è un personaggio vivo, contingente, possibile. Kriminal incute timore proprio perché sembra vero. Mentre Diabolik vive e opera in un mondo asettico, dominato dalla freddezza e dal perfezionismo, Kriminal si inserisce in un sistema realistico, cupo, dove torbidi inganni, doppi giochi e delitti sono uno specchio della realtà; ed è questo che permette a Kriminal di inserirsi a giusto titolo nel pianeta della letteratura noir e, appunto, criminale, la stessa che – disegni a parte – ritroviamo nelle pagine di scrittori come James Ellroy (quello di L.A. Confidential, da cui fu tratto un tenebroso film da oscar) o J.P. Manchette. Il paragone tra fumetto e libro non sembri azzardato, perché entrambe le forme, almeno all’interno del genere nero, e per certi versi addirittura più il fumetto del libro, descrivono lo spettacolo quotidiano del crimine e dell’orrore: e il fumetto, con i suoi chiaroscuri, le luci e le molte ombre, le strisce nere, le espressioni di violenza immortalate sul volto dei personaggi, ben riproduce la ferocia e la deriva del sistema sociale.
A questa metafora anarchica, politicamente scorretta e colma di inquietudine, Bunker e Magnus aggiungono, sotto un profilo estetico, un grande valore: una scrittura visionaria, tragicomica, traboccante di tensione emotiva e suspence; e un disegno lineare, realmente malefico, affascinante.
Kriminal è insomma un’opera di pregio, e a prescindere che lo si conosca o meno costituisce un caposaldo della rivoluzione artistica che dagli anni ’60 in poi (riallacciandosi alla tradizione letteraria americana e francese degli anni ’30) portò sulla carta un universo di violenza diffusa, conosciuta, eppure pudicamente inedita, sostituendosi così a quei fumetti in cui vigeva il tradizionale trionfo del Bene sul Male.
Tutto e tutti crollano tra le pagine di Kriminal: politici, poliziotti, malavitosi, lo stesso Kriminal che soccombe ad un destino crudele per la morte dei propri cari. E se anche Magnus e Bunker tratteggiano le vicende con sarcasmo, quasi a ricordarci che si tratta solo di fumetti, alla fine dell’albo resta un profondo senso di angosciosa inquietudine.
ElmoreLeonard
Le non letture di Elmore
Credo che si possa, in generale, giocare e insieme fare seriamente, celiare eppure dire al tempo stesso la verità la verità. D'altronde, se il mondo fosse sempre nettamente diviso in due e solo due parti, il buono e il cattivo, la verità e la fantasia, il bianco e il nero, ecc..., se fosse così sarebbe davvero la fine. Dove andremmo, cosa saremmo senza le sfumature, le ambiguità, i diversi toni di colore? Si può essere antiamericani ma non per questo filosovietici (negli anni '80), o filoarabi, o checcazzoneso. Tutta questa premessa per dimostrare che, affermando che uno è un ottimo scrittore, non necessariamente si sta dicendo tutto il contrario, ovvero che si tratta di una presa per i fondelli: come a dire sei una schiappa. Così come non necessariamente è proprio quello che si voleva dire sic et simpliciter. C'è della verità, nell'affermazione, ma una piccola parte di quest'ultima ha una connotazione, ad esempio, ironica. Una questione di figure retoriche, suppongo (e di figure retoriche, immodestamente, me ne intendo. Ne conosco almeno una quindicina!). Dunque, il caro amico ap, sentendosi rivolgere l'appellativo di ottimo scrittore, non storca il naso temendo uno sfottò, ma si convinca, da persona intelligente (anche se non la conosco personalmente), che una delle possibili interpretazioni (non l'unica) possa essere: scrittore valido con ampi margini di miglioramento.
Che ne dite? La meravigliosa lingua italiana - una delle poche cose di cui essere orgogliosi in questo Paese di merda - non riserva sempre infinite e strabilianti sorprese? Non è forse la lingua, o linguaggio, o parola, il dono più bello?
Passando alle letture di Elmore, direi sinteticamente e presuntuosamente che faccio prima a enumerare le cose che NON leggo, così non annoio ad elencare una sfilza di autori che peraltro tutti i lettori hanno o potrebbero avere nella propria libreria. Dunque, NON ho letto tanti libri importanti: Proust, ad esempio (anche se cellò); non ho mai finito il Processo di Kafka, e forse morirò non avendolo letto; mi mancano numerosi autori italiani contemporanei, ma posso dire di aver letto tutto Dazieri (tre romanzi e qualche racconto); non ho mai completato un romanzo di Dostevskij (e per questo reato potrei rischiare la galera) ma ho letto tutto Marquez (facile, direte); conosco i poeti francesi simbolisti e decadentisti, fino a Valery, qualcosa dei poeti russi, in primis Majakovskij, poi Montale, i poeti inglesi da Shelley in poi fino ad Auden e Sylvia Plath, ma ignoro il sottobosco italiano contemporaneo, tranne il poeta ap; di Hemingway ho letto solo Il vecchio e il mare, di Pavese un cazzo ma sogno ogni notte di leggere La luna e i falò e vi assicuro che lo farò; ho letto parecchio W. Burroughs e Ginsberg, ma non Walt Whitman; non ho letto la Allende ma ho letto qualcosa di Artaud; Neruda come l'avemaria, i giapponesi ma non quel folle di Mishima, La nausea di Sartre si Jorge Amado non ancora, ecc.........................
Ho letto vagonate di fumetti e qualche rivista pornografica, la cui cura per i particolari è sempre motivo di enorme sorpresa per me.
Sul cesso amo tantissimo leggere fantascienza, Topolino e le etichette di shampi e saponi.
Elmore Leonard, Michigan
Dell'ortonimo
Sappiate, d'ora in poi, che ogni post mi costa una doppia scrittura, perché Mr. Clarence (o Mistress? Il nostro padrone dei blog è uomo, donna o etere?) dicevo Clarence mi fa lo scherzetto di boicottarmi la prima pubblicazione. Quindi questo sarebbe il sesto, non il terzo post ab urbe condita. E sia, mi valga come esercizio.
Potrei, a beneficio del lettore blogger ap, svelare di essere o non essere il sig. Roberto Lucchi (che, per inciso, non conosco ma ha un bel cognome, molto letterario), ma credo che non sia questo il dilemma. Che Shakespeare, quell'ossigenata e geniale checca, si rigiri pure nella tomba, ma i dilemmi della società contemporanea sono (anche) altri. Ergo, non svelerò alcunché. Potrei persino essere R.L., ma non lo dirò mai, neanche se torturato.
La questione mi spinge a rispondere alla similare problematica del firmare o meno i propri atti, scegliendo così se prendersi la responsabilità delle proprie azioni e soprattutto parole. Intanto prometto solennemente che, se dovessi offendere qualcuno, direi chi sono. Ma fino ad allora non parlerò, anche perché NON ha importanza ed è di altro che intendo discutere e scrivere. Peraltro, sempre a beneficio di scettici e detrattori, molti grandi scrittori si sono avvalsi, oltreché della facoltà di non rispondere in tribunale, anche dell'uso di pseudonimi. E se l'hanno fatto loro (uno per tutti l'ortonimo Bernardo Soares, alias quel vigliacco conservatore filofascista di Fernando Pessoa), perché non posso farlo anch'io? tant'è vero che ormai la notte mi sveglio convinto di essere Elmore in persona...
A proposito di Pessoa, se mi è permesso consiglierei la lettura di qualche verso di questo grande poeta del Novecento, spesso trascurato e in sordina, com'era d'altronde la sua vita piuttosto monotona, da signor nessuno, da impiegato che trascorreva con la penna oltre 10 ore al giorno a scrivere, per tutta la vita. Pessoa andrebbe letto anche solo per questo, per non parlare delle prose, uno per tutti il simpatico crudelissimo racconto Una cena molto originale, non difficile da reperire, dove il presidente di un'associazione gastronomica, il losco Prosit, invita tutti i soci, io narrante incluso, a partecipare ad una sfida con cinque giovani cuochi, in cui egli dimostrerà di essere il miglior cuoco d'Europa. Il risultato sarà una cena molto, molto originale, dal finale decisamente grottesco. Breve, intenso, fluido nella narrazione. Un piccolo gioiello dello scrittore portoghese.
Suvvia, cari amici, basta litigi e acredini e additamenti vari. Un po' di serenità non guasta, a condire le future disquisizioni in cui ottimisticamente spero. Parola di un sudpugliesemeridionale costretto alle pluviali bizze di una freddina (in senso climatico e mentale) e rancorosa città del nord.
ElmoreLeonard, Michigan
Ed Bunker, la canaglia
Premetto di aver già iniziato a litigare con l'editor del blog. Stamani mi era scivolato tra le dita un ottimo - senza presunzione... - articolo su Bunker, ma non lo vedo postato. Pazienza (non Andrea), lo riscriverò. Ma in compenso ho visto già 5 commenti, e la cosa mi entusiasma e scioglie ulteriormente (further) la mia briglia sciolta.
Dunque, voi non lo sapete, ma vi parlavo di Bunker. Edward Bunker, classe 1933, grande canaglia, criminale, incendiario a non ancora cinque anni del garage di un vicino (ma chi non darebbe fuoco al vicino cacacazzi, come i Punkreas, il notorio gruppo oi! della scena milanese, cantavano qualche anno fa???); e poi subito subito prigioniero tra le mura di San Quentin, a soli 17 anni, il più giovane galeotto della storia del penitenziario. Insomma criminale in erba, non malvagio ma figlio della società e della degradazione del sistema familiare, Bunker aveva un Q.I. pari a 152, genere Einstein o giù di lì (e poverino, con un genio così ha fatto prima il rapinatore e poi è sprofondato nella orrenda pratica della scrittura; benché per lui questa sia stata la via di salvezza), ma usò la sua testa per usare la pistola nei supermercati e nelle banche, o almeno ci provava, e le mani per portare alla bocca quantità di stupefacenti, dai cannabinoidi alla benzedrina. Proprio di oggi, peraltro - parentesi molto libera sull'argomento droga - la morte di un ragazzo in quel di Milano, che, non accontentandosi di farsi la cannetta, si è sniffato (sniffer, tremebonda pratica di importazione statunitense?) il gas di una ricarica per accendini. Ma dico: si può?
Comunque, il buon Bunker si disfa le ossa, entra ed esce di galera, diventa latitante e poi ricercato speciale dell'FBI, addirittura in una invidiabile top ten dei peggiori ceffi d'oltreoceano. Finché incontra un tizio, compagno di cella, tale Chessman. Che come persona non è un granché (stupratore, rapinatore, bandito della cd. Luce Rossa) ma di interessante ha dalla sua quella di aver scritto un racconto per una rivista patinata per soli ometti. Così, ispirato dal buon Scacchista, Bunker inizia a scrivere fior di romanzi, che pubblicherà all'uscita della galera, e da lì in poi lui diventò grandissimo e per noi tutti fu segnato la fine.
E' il 1973, l'anno di No Beast So Fierce (Come una bestia feroce), il principio di una nuova e inaspettata carriera come crime novelist e come sceneggiatore e attore per Hollywood poi. Per Bunker, il principio della fama e del successo, nonché la via d'uscita da un'esistenza devastante e sciagurata (benché avventurosa). Per noi, la fine. Perché, da quando la canaglia Ed ha steso Cane mangia cane, Educazione di una canaglia e Animal factory (che è anche un film molto interessante con Willem Defoe, Steve Buscemi e lo stesso Bunker nei panni di sceneggiatore e attore), da questo momento in poi non c'è più spazio per la finzione. Bunker ha preso la sua vita e ne ha fatto una serie di romanzi crudeli e crudi, senza filtri letterari, senza invenzioni, soprattutto senza compromessi. Ha preso la sua esistenza criminale e ha piantato una croce, ne ha fatto un caposaldo della letteratura criminale, né più né meno. Bunker ha ridato vita con il proprio sangue e la sua stessa pelle ad un genere letterario, il noir, la crime novel, che altrimenti rischiava di cadere in mano a pivellini (senza nulla togliere a quel romantico, mistificatore e altrettanto figlio di buona donna di Auguste Le Breton).
Altro che raccontini e romanzetti polizieschi. Bunker è scappato dagli sbirri per tutta la vita, ecco perchè lui e solo lui poteva raccontarcelo. Poteva, perchè il 19 luglio di quest'anno la simpatica canaglia ha lasciato le penne (purtroppo in un letto d'ospedale e non per strada), e ci ha lasciato pure lo straordinario cameo di Mr. Blue in Reservoir Dogs, Iena tra le Iene dei quella Iena di Tarantino, e persino una consulenza su come fare il criminale all'amico e ammiratore (!) Robert De Niro, alle prese con lo sbirro Pacino in The Heat, La sfida.
Insomma, se non avete la fedina penale sporca e una Browning che vi gonfia la giacca, o se almeno non vi siete fatti un po' di gattabuia per risse o stupefacenti, non tentate la via del poliziosco-criminale-romanzonero, perchè quella è roba per tipi molto duri. Ed Bunker insegna.
Elmore Leonard, Michigan
Ma c'era proprio bisogno di un altro blog?
E poi, chi è questo Elmore Leonard? Non sarà mica quello che ha scritto The Big Bounce (tradotto in Italia da Einaudi, Il Grande Salto)? Dev'essere proprio lui, quel gran figlio di buona donna, a tempo pieno scrittore di Western e Noir dal sapore comicotragico, da commedia degli errori e degli equivoci e delle occasioni mancate. Lo stesso Leonard che ha scritto, tra gli altri, Cuba Libre, attualmente in fase di lettura, per non parlare di Jackie Brown, trasposto sul grande schermo da quell'altra gran canaglia di Tarantino, e di Out of sight, quello con George Clooney.
Insomma, perché - invece, che so, di inaugurare il blog parlando di un autore - prendo quest'autore e gli intitolo il blog stesso? Beh, un po' di motivi ci sono. Uno, Elmore Leonard mi piace. Western, noir e storico insieme. Stile secco e asciutto, doveroso omaggio alla scuola hardboiled di Hammett Chandler e Chase, cui aggiungerei James Cain. Di cui, però, non è un emulatore, uno scopiazzatore, ma un grande erede. Due, Leonard, come Fats Domino, è di New Orleans, patria del jazz nero, della Dixieland, di Louis Armstrong, Dizzie Gillespie, Duke Ellington ed Ella Fitzgerald. Tutto, insomma, proprio nei giorni in cui Katrina l'uragano spazza via la nuova Orleans ed uno degli ultimi grandi, Fats Domino per l'appunto. Tre, scegliere un nome può sembrare facile, ma in realtà è arduo, a volte imbarazzante, perché non si sa dove andarlo a pescare. Per questo, ho scelto Elmore Leonard, oltre che per i motivi di cui sopra, un po' per caso, infine anche perché mi sono prefisso di approfondirlo. Altre ragioni sarebbero superflue, oltreché inventate.
Femmine fatali, necrologi, letture quotidiane, la trascrizione delle dissertazioni con il mio panettiere di fiducia. Non critica letteraria, ce n'è già troppa e da troppi incompetenti: non vorrei inopinatamente aggiungermi ad essi, ché il mio sconfinato ego ne soffrirebbe. Confronti si, ecco. (Ri)costruzione a partire dalle macerie del disagio. Insomma, non cacca ma opere di bene, come direbbe un certo Luttazzi. Senza troppa presunzione.
Il libero volo di un santo, questo si.
Elmore Leonard, classe 1925, Michigan.






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